La Lettura, 13 settembre 2026
Mauro Corona ricorda la sua infanzia difficile e il fratello
Le sgorbie, per chi non se ne intende, sono quegli scalpelli affilati e dalla punta variamente ricurva che usano gli scultori per intagliare il legno. «Per fare questo mestiere ne basterebbero cinque o sei», spiega Mauro Corona indicandole. Solo che, ammucchiate attorno a lui nel posto in cui vive e lavora, di sgorbie ce ne saranno trecento: «Riempio il vuoto anche con quelle». Coperte da un velo di segatura e a loro volta circondate da gufi e fiori di legno, libri, una cassa di birre lì per terra, e più in là spazzolini e barattoli, corde da roccia, mole per affilare, sveglie, magliette, tegami e, fuori in strada, una catasta di crocifissi, un tubo di ferro a sbarrare l’ingresso, una testa del colonnello Aureliano Buendía, una bici datata 1916 sul telaio, infine una scritta ripetuta su diversi pezzi d’abete che ammonisce con un no foto – abitaz. privata graz. non solo i curiosi occasionali ma soprattutto eventuali ammiratori venuti magari apposta fin qua a Erto, sopra il Vajont, per vedere se davvero lo scrittore e scultore Corona abita nella famosa «tana» dove dice di stare e dal cui interno anche mercoledì scorso si è collegato con Bianca Berlinguer per il consueto appuntamento tv settimanale. Il posto dove ora, se potessero entrare, vedrebbero che non solo è vero ma che la sola cosa capace di sfuggire, se non alla polvere, almeno al casino formidabile sono le pile di quaderni – tutti uguali, legati tra loro con due giri di spago, la copertina nera e le righe tirate a mano, fitte di una scrittura talmente piccola e senza un solo a capo che un perito calligrafo ci farebbe una tesi – su cui Corona ha scritto e scrive tutti i suoi libri. Compreso quest’ultimo, Felice, che segna il passaggio a Bompiani dopo praticamente una vita intera in Mondadori.
Senonché Felice in questo caso non è un aggettivo.
«Era il nome di mio fratello. Eravamo tre, lui era quello di mezzo. Il più piccolo è Richetto che vive ancora qui, lo abbiamo incontrato prima dal falegname che ci ha fatto il caffè. E magari lo fosse stato, un aggettivo: Felice se lo sarebbe meritato. Era alto quasi due metri e bellissimo. E buono, a differenza mia. Invece è morto a 17 anni, in Germania, dove se n’era andato per lavorare in una gelateria ma più che altro lontano dalle botte di nostro padre. L’hanno trovato in una piscina. Annegato, ci dissero. Figuriamoci. L’ho sempre saputo che l’hanno ammazzato. Mi manca solo il come e il perché».
Però il libro non è la sua storia.
«No, è la mia. Quella vera. Solo che è venuto a raccontarmela lui. Una notte mi è venuto in sogno a darmi del bugiardo per essermi sempre dipinto meglio di come sono, nei libri e nella vita. Così ho lasciato che la verità sul mio conto la tirasse fuori lui. Ho solo trascritto».
E cos’ha scoperto?
«In pratica sono andato in analisi da me stesso. Grazie a Felice ho ripercorso la mia vita dall’infanzia: la nostra povertà che qui era quella di tutti, la violenza tremenda in famiglia, nostra madre che se ne andò quando Richetto aveva pochi mesi e il suo ritorno anni dopo, l’odio che ho provato per lei ma anche le violenze compiute da me, il ciuffolotto che ho ucciso senza motivo, ma anche l’amore dei miei nonni, l’importanza degli amici, Ferruccio che se n’è appena andato, i miei cattivi pensieri, il terrore del vuoto».
Uno scalatore come lei?
«Ho iniziato a scalare per vincerlo. Trascinavo con me Felice a cui di arrampicare non importava niente. Ma il vuoto mi uccide anche adesso, mi circondo di tutto questo casino per riempirlo e ho imparato a trasformarlo in punto di appoggio. Ma poteva andare solo così: quando ero piccolo mio padre mi sospese su uno strapiombo tenendomi per i piedi. Anni dopo mi disse che se ero diventato uno scalatore era merito suo».
Lei era un bambino che divorava libri: poveri ma con la biblioteca in casa?
«I libri mi hanno salvato la vita. Io e mio fratello avevamo due modi diversi di gestire le botte, lui cercava di schivarle mentre io mi rannicchiavo a prenderle. In compenso io avevo tutte quelle storie in cui rifugiarmi. Ho cercato tante volte di trasmettere anche a Felice l’amore per la lettura. Inutilmente. Quanto ai libri in casa fu l’unica cosa per cui ringrazio nostra madre, la biblioteca era sua. Ma ripeto, è la sola cosa che le devo. Per il resto l’origine di tutti i miei mali è lei».
Il libro è pieno di dettagli su questo. Anche lei veniva massacrata da suo marito, non era un motivo per andarsene?
«Ovvio che sì. Peccato che invece di portarci con sé lasciò noi tre fratelli a prenderle anche per lei».
Quanto è stato difficile fingere di essere suo fratello?
«È stato un bel dono che mi ha fatto da morto. Da una parte, attraverso la sua diversità da me e parole attribuite a lui, ho tirato fuori anche le verità più sgradevoli sul mio conto. Dall’altra mi ha consentito di farlo tornare vivo, di regalargli il futuro che non ha avuto, di poter raccontare con la sua voce cose che sono successe quando sarebbe stato l’adulto e il vecchio che nella realtà gli è stato impedito di diventare. Congedarci alla fine del libro è stato un momento di grande pace».
Scrittori e scrittrici che nei loro libri parlano di sé sono una specie in forte aumento demografico. Diciamo che lei ha l’attenuante di essere sempre stato almeno tra le righe il personaggio reale delle sue storie, anche quando i protagonisti apparenti erano un bosco o una martora. Ma cosa spinge uno scrittore a ritenersi interessante per gli altri?
«Nel mio caso direi soprattutto la vanità. Vivo lontano da tutto, tengo lontano chi viene a cercarmi, e lo ha visto: stamattina appena ci siamo incrociati ho mandato a quel paese anche lei. Ma la verità è che poi sono in tv ogni settimana, e se all’improvviso non mi chiamasse più nessuno precipiterei in quel vuoto di cui ho orrore. Poi, per carità, sinceramente penso anche di avere avuto una vita particolare. E magari qualcuno può leggerla con l’interesse con cui si legge un romanzo, che alla fine fa riflettere un lettore pure sulla vita sua. Quel che posso ripetere è che ogni cosa in questo libro è vera».
Compresa la pagina sulle galline?
«Ci mancherebbe. L’educazione sentimentale mia e di mio fratello ha attraversato anche quella esperienza e la mia memoria sul punto è molto precisa a partire dall’incredulità da noi espressa a quel nostro maestro di vita sul diametro troppo piccolo del buco in questione. Con la sua risposta, rivelatasi del tutto fondata: se ci passa l’uovo ci passa anche il vostro».
La verità è così importante?
«Totalmente. La verità impone spietatezza. Mi fa sentire meno vigliacco. Il culto della verità serve a farmi credere di poter essere un uomo leale».
Eppure il libro più in bella vista qui davanti a lei, sul piano di legno dove si appoggia per scrivere, è «Pinocchio».
«Da anni ho la tentazione di scriverne una mia versione. L’idea continua a bussare ma non entra perché cambia continuamente. Del resto Pinocchio è figlio di un intagliatore di legno, come fa a non essere un capolavoro di ragazzo?».
E questi appunti su «gli anelli del tronco»? E la strana parola cerchiata qui, questa «malinchetudine»?
«Lei sta sbirciando un po’ troppo nei miei quaderni. Ma non mi posso lamentare, l’ho fatta entrare io. E poi ho appena detto che non ho più niente da tenere segreto. Guardo la miseria egoista di oggi, gli sfratti che vieterei per legge, e ripenso alla nostra miseria forse più dura ma dignitosa, senza vergogna. Lo scacco finale si avvicina, col tempo sto male anche per le rondini che se ne vanno e sempre più spesso mi ritrovo a dirmi: perché perdiamo tempo a litigare, a farci la guerra tra vicini di casa, a parlar male gli uni degli altri? La vita è così breve, perché semplicemente non ci abbracciamo e basta?».
Felice a un certo punto dice: la gioia della vita è più forte di qualsiasi dolore.
«E perfino mio padre, che per tutta la vita ho ritenuto un uomo senza cuore, quando da grande gli raccontai che era stato Felice e non il sottoscritto a bruciargli per errore la moto rispose con una frase che non ho più dimenticato: Sal fus ochì con nos ge lassarés brusè la sciàsa pur de vèighelo ochì, se fosse ancora con noi gli lascerei bruciare anche la casa pur di continuare a vederlo qui».