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 2026  settembre 18 Venerdì calendario

Rfi a Webuild: “Richieste di extracosti ingiustificate”

Fra Rfi, il gestore dei binari italiani, e Webuild, il colosso delle costruzioni quasi monopolista delle grandi opere ferroviarie, è scontro aperto. Mercoledì il caso delle richieste indirizzate al governo dal patron di Webuild, Pietro Salini – che parla di extracosti per oltre 20 miliardi e con una lettera ha chiesto interventi urgenti – è indirettamente arrivato in Consiglio dei ministri con un’informativa del vicepremier Matteo Salvini sulle criticità dei cantieri. Nelle stesse ore, però, dalla società del gruppo Fs partiva una dura risposta al vertice di Webuild.
La lettera risponde alle due missive inviate da Salini a fine luglio e metà agosto e smonta nel dettaglio le “pretese nominalmente esorbitanti” del colosso, intimando, qualora “una qualche difficoltà finanziaria” impedisca la regolare prosecuzione dei lavori, di non addebitarla ai rapporti con Rfi. Webuild, come capofila dei consorzi costruttori, dichiara di avere in corso 18 grandi cantieri con Rfi per 30 miliardi: dal Terzo Valico alla Salerno-Reggio Calabria fino alla Verona-Padova.
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In primis, il gestore della rete ferroviaria contesta, contabilità alla mano, la sussistenza di “crediti scaduti e non pagati” per quasi 900 milioni e rimarca, oltre ai pagamenti ordinari, di aver già dato seguito ad anticipazioni e incremento dei prezzi voluti dal legislatore per la continuità dei lavori per un un miliardo. Non solo, “merita infine segnalare – si legge – che Rfi ha erogato a codesta società, a titolo di anticipazione contrattuale, un importo complessivo di 7,032 miliardi, di cui solo 2,169 sono stati a oggi recuperati. Per effetto, risulta a tale titolo ancora nella piena disponibilità di codesta società un importo complessivo di 4,836 miliardi”.
Nella sua lettera la società pubblica azzoppa il principale cavallo di battaglia di Salini, che reclama 12,3 miliardi di euro in larga parte per “adeguamenti dei corrispettivi contrattuali convenuti alle tariffe vigenti alla data di approvazione dei progetti esecutivi”. Salini sostiene cioè che, poiché gli appalti vengono eseguiti anni dopo la gara e pagati su tariffe superate dall’andamento dei prezzi, l’inflazione va accollata all’appaltante. Una pretesa, per Rfi, “non fondata alla luce delle pertinenti disposizioni di legge e contratto” e sostenuta da “giurisprudenza non significativa”, malgrado un parere del ministero di marzo addotto da Webuild. La richiesta di un’anticipazione contrattuale su questa cifra viene rispedita al mittente. Rfi dice di aver però avviato “un’istruttoria di ammissibilità e fondatezza” delle richieste di “modifiche contrattuali” per circa 4,5 miliardi.
La lettera dà poi ampio spazio ai Collegi consultivi tecnici (Cct), negando che ci siano loro determinazioni “alle quali non sia seguita o non stia seguendo tempestiva esecuzione”. I Cct sono organi che devono dirimere il contenzioso tra Rfi e l’appaltatore sulle varianti, resi obbligatori dal nuovo codice degli appalti. Webuild, ricorda Rfi, riferisce di aver iscritto “riserve”, cioè extra-costi, per “22,4 miliardi di euro”, cifra “relativa a oneri futuri, salvo che per il più limitato ammontare di 14,2 miliardi” già spesi. Dall’esame svolto da Rfi, la cifra scende a 20 miliardi, che è pur sempre “circa l’88,5% del totale degli importi dei contratti in appalto”, un’enormità. Significa che il vero costo delle grandi opere è quasi il doppio. Tanto più che Rfi non dispone nemmeno “di elementi per confermare la più limitata porzione che, invero, riferite corrispondere a oneri effettivamente sostenuti”.
La società pubblica contesta poi la percentuale (il 28,11%) che Salini vorrebbe gli venga riconosciuta come anticipo sugli extra-costi dichiarati in base a un presunto dato storico del contenzioso “in larga parte favorevole all’appaltatore”. Un dato che non sarebbe statisticamente significativo, secondo Rfi, perché a fronte di 13 miliardi che Webuild poteva tecnicamente reclamare presso i Cct, le richieste effettive ammontano ad oggi a 5 miliardi. Webuild ha cioè “scelto di non attivare la procedura prevista dalla normativa di riferimento” per larga parte delle proprie pretese economiche. Quel 28%, spiega Rfi, deriva anche dal fatto che a luglio risultavano pronunce dei Cct per 1,89 miliardi di euro di riserve, di cui riconosciuti all’appaltatore “531 milioni”: è verosimile, secondo Rfi, che Webuild abbia notificato solo “le doglianze meglio giustificate”, ma l’esito del contenzioso degli anni precedenti nei tribunali sarebbe stato “assai meno generoso” con Salini&C. Insomma, la società pubblica difende la sua gestione “che evita l’incremento ingiustificato della spesa pubblica”.
Nel finale il contrattacco che completa la demolizione delle doglianze di Webuild. Rfi ricorda come la norma che a marzo le ha imposto il pagamento del 10% delle riserve iscritte dagli appaltatori su contratti Pnrr (470 milioni su 4,7 miliardi) preveda anche che, “pena la restituzione dell’importo anticipato”, i quesiti siano sottoposti ai Cct entro fine anno. Ma ad oggi Webuild ha provveduto solo per 2,7 miliardi. Un riepilogo che – conclude Rfi – “conferma la congruità degli attuali fabbisogni prospettici di cantiere” e offre “utili elementi per la valutazione da parte del decisore politico”, cioè il governo, per capire se pagare Salini o no. Contattata dal Fatto, Webuild non ha voluto commentare.