la Repubblica, 18 settembre 2026
Niccolò Ammaniti fa un bilancio per i suoi 60 anni
Dice Niccolò Ammaniti che i compleanni non contano il tempo, ma lo curvano. Siccome hanno molto a che fare con la nostalgia, portano quel tempo a dondolare in avanti e non solo all’indietro, con immaginazione e futuro, oltre che con memoria e ricordo. Dice anche, Ammaniti, che fino a qualche tempo fa non avrebbe mai concesso un’intervista come questa, nell’imminenza dei 60 ruggenti (il 25 settembre, auguri).
Perché non l’avrebbe concessa?
«Forse perché è con gli anni che si accetta di parlare degli anni. Più dei sessanta anagrafici, mi impressionano i trenta dalla prima pubblicazione (Branchie, n.d.r), anche questo anniversario cade nel 2026: non me li sento, mi sembra di avere cominciato a scrivere l’altro ieri».
C’è un momento in cui si capisce di invecchiare?
«A me è successo cinque anni fa, dopo un lungo e faticoso lavoro come regista. Lo dicevo a mia moglie, “sto invecchiando”, e lei “ma smettila, allora sono vecchia anch’io. In quel momento è cominciata la scissione tra i due Niccolò».
Ce la racconta? Chi sono, quei due?
«Il Niccolò giovane si emoziona e si diverte, però non fa altro che osservare e controllare il Niccolò invecchiato, lo aspetta al varco quando sbaglia o dimentica le cose. Sto diventando il badante di me stesso, vivo con il giovane Niccolò appollaiato sulla spalla, quel verificatore spietato. Eppure, so che questa non è ancora la vecchiaia. La vecchiaia arriverà davvero quando i due Niccolò coincideranno».
Ci permetta: il suo ultimo romanzo, “Il custode” (Einaudi Stile Libero) l’ha scritto il ventenne.
«Avrei davvero potuto farlo da giovane, se avessi avuto coraggio. All’epoca però scrivevo storie dove alla fine si riemergeva in superficie, Il custode è un libro sotterraneo, mitologico, dove si scava per trovare quello che ci lega al passato e alla tradizione».
Medusa è il mostro che portiamo dentro? Tra le pagine, pietrifica alla grande.
«Ho una fortuna: sogno moltissimo, e so che la mitologia è il momento fondativo di ogni racconto. E ricordo tutto. Ho sognato una bambinaia che aveva una chiusura lampo sulla schiena, si apriva e conteneva altre creature. Metamorfosi e fusione mi hanno sempre affascinato, non soltanto come scrittore».
Par di capire che qui c’entri l’inconscio. Forse suo padre, lo psicanalista Massimo Ammaniti? Un caso che voi due vi siate tanto dedicati ai giovani?
«Sono due strade abbastanza parallele, ma non volute. Ho scelto di scrivere di ragazzi come esercizio di memoria: penso che la nostalgia sia irrinunciabile, più per i giovani che per i vecchi. Ed è un sentimento fortemente poetico».
A 60 anni come immagina il futuro?
«Con paura. Ma, in questo momento storico, vale per ogni età: tra guerre, fame, clima impazzito e povertà, immaginare il domani diventa complicato».
Meglio scrivere?
«Scrivere, e naturalmente leggere, salvano la vita e aiutano a resistere. Non ho mai capito cosa ci sia alla base del mistero della scrittura, la ragione per la quale una storia nasca in un certo modo e sia quella, non un’altra. Vigilo molto sulla mia psiche, che alterna forti umori depressivi a rari momenti di euforia quasi sempre immotivata. Immaginare le storie mi piace più che scriverle, è una battaglia, soprattutto quando sono giù».
Gli anni l’hanno resa più indulgente o più severo con sé stesso?
«Sono diventato molto meno critico, più tranquillo e metodico. Da giovane scrivevo in modo distratto, facevo e disfacevo, iniziavo trame in parallelo, incollavo i pezzi e poi li smontavo. Ora penso di riuscire a scrivere storie più profonde, più giuste rispetto al momento in cui le affronto. E so che non cerco di replicare, non voglio ripetermi».
Si è sempre tenuto piuttosto alla larga dal dibattito pubblico. Perché?
«Non vi entro quasi mai. La mia è una vocazione narrativa».
Negli anni, contano sempre di più i maestri che abbiamo incontrato. Le faccio solo un nome: Bernardo Bertolucci.
«Ecco, lui era davvero una creatura mitologica, e non l’ho mai sentito lamentarsi. Era pieno di grazia. Mi ha insegnato il piacere della condivisione delle cose belle. Ci si trovava tra amici per mettere in comune film e libri. Oggi mi sembra che le persone si incontrino più che altro per mangiare: la vita è diventata il tempo che passa tra l’antipasto e il conto».
È diventato un solitario?
«Esco meno, ne ho meno voglia. E provo nostalgia di quando smanettavamo sui pulsanti del citofono, non sugli smartphone. Si sta poco insieme, è venuta meno l’idea delle cose necessarie, dei libri irrinunciabili. Con Bernardo si dovevano fare i compiti, dovevamo leggere La montagna incantata e L’uomo senza qualità, e vedere tutti i film. Credo che condividere la bellezza rappresenti la più alta forma d’amicizia, forse d’amore».
Cosa si legge a 60 anni?
«Si rilegge tanto, anche per ritrovare precisi momenti della propria vita, la quale si aggrappa ai libri come l’edera. Ho appena riletto Oblomov e l’ho trovato strepitoso, molto più ricco rispetto a come mi era parso la prima volta. Poi, certo, ci sono anche riletture deludenti».
Perché leggere salva la vita?
«È come percorrere la strada di chi è venuto prima e ha messo i piedi su quello stesso sentiero. Ecco, forse si legge per non cadere di sotto».