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 2026  settembre 18 Venerdì calendario

Robert Pattinson parla della sua carriera

I riflettori logorano chi non ce li ha, ma possono dare le vertigini a chi ne è costantemente al centro. A Robert Pattinson non è successo, al suo ultimo personaggio sì. L’attore inglese che a soli 22 anni ha attraversato la tempesta mediatica della saga di Twilight senza farsene travolgere, svoltando poi nel cinema d’autore, è arrivato alla Mostra di Venezia in stato di grazia con un film in concorso e una disinvoltura rara davanti alla ressa dei fan, dov’è passato allegro come fosse tra amici, generoso di selfie e autografi.
Dopo aver dato volto al crudele Antinoo nell’Odissea di Christopher Nolan, è ora protagonista e produttore di Primetime, con la regia di Lance Oppenheim, in arrivo al cinema il 16 ottobre. Interpreta un popolarissimo conduttore americano che, a differenza di lui, in balia del successo ci è finito eccome: Chris Hansen è stato, nel 2004, l’ideatore di To Catch a Predator, programma della NBC che usava ragazzi molto giovani per attirare pedofili e smascherarli in diretta, con le manette pronte a scattare subito dopo la gogna tv.
Il film lo racconta nel 2006 quando, promosso in prima serata, Hansen rincorre il sensazionalismo per gli ascolti, mescolando spericolatamente inchiesta e intrattenimento, fino a una tragedia che cambia le sorti dello show. Negli Usa è tuttora ricordato nel bene e nel male, ancora strapazzato dai meme a 67 anni. «È il giornalista che ha infranto le regole, anche etiche, della televisione» dice l’attore che ne restituisce l’insaziabilità di scoop, il fascino misterioso e l’auto-incensamento a tratti ridicolo.
Con il suo quarantesimo compleanno, lo scorso maggio, Pattinson ha festeggiato un 2026 formidabile, iniziato accanto a Zendaya con la commedia The Drama – Un segreto è per sempre di Kristoffer Borgli e con l’attesa, dopo Primetime, di Dune – Parte tre di Denis Villeneuve, in sala il 16 dicembre, dove sfodera nuove sfumature di cattiveria nel ruolo di Scytale, antagonista dell’imperatore.
Intanto gira la seconda parte di The Batman, diretto da Matt Reeves, per il 2028. «Per la mia generazione, Robert è il nuovo Jack Nicholson, sorprendente a ogni ruolo» assicura il regista di Primetime Lance Oppenheim. Di persona, l’ex vampiro di Twilight diventato nel frattempo anche padre – ha avuto una figlia, che ora ha due anni e mezzo, dall’attrice Suki Waterhouse, con lui sul red carpet – si presenta come un ragazzo affabile, tutt’altro che divo. Unico vezzo, se vezzo è, la camicia dello stesso tono di verde degli occhi.
Quando è arrivato a Los Angeles, poco più che ventenne, le capitava di guardare To Catch a Predator?
«Avevo visto degli episodi su YouTube e, fra tanti “true crime”, quello di Chris Hansen spiccava. Mi aveva colpito per la natura un po’ folle, con un tema delicatissimo per essere trattato in un reality. Quando qualche anno fa ho letto la sceneggiatura di Ajon Singh ho notato che ci sono ancora in rete video che imitano Hansen e ho deciso di produrre io stesso il film sul giornalista che ha dato il via al fenomeno. Non volevo un biopic tradizionale: ho chiamato Lance Oppenheim a dirigerlo perché è un documentarista capace di scavare in situazioni dai contorni assurdi. Inizialmente non dovevo interpretarlo io».
Che cosa le ha fatto cambiare idea?
«Il desiderio di esplorare cosa succede a chi sta sotto i riflettori per 40 anni, come lui e altre persone esposte nella vita pubblica. Per uno come Hansen, giornalista e conduttore di vari programmi, è inevitabile costruirsi una sorta di maschera professionale che probabilmente ha cercato di mantenere anche in situazioni estreme, sotto pressione per un programma come To Catch a Predator. Ovviamente c’è molta immaginazione nel tentativo di indovinarne i meccanismi psicologici».
E lei, come attore, è sicuramente attratto dai cattivi.
«Sono sempre i più interessanti. Eppure Hansen non è un malvagio di natura. È competitivo, vuole il successo del suo show, peccato gli tocchi sconfinare in un territorio controverso dal punto di vista etico. Da un lato è consapevole di interpretare una parte, come un attore, e a ogni puntata chiede a tutti: “Allora, sono stato bravo?”. Dall’altra, di fronte all’esigenza televisiva di alzare sempre più la posta in gioco, racconta a sé stesso e agli altri di essere in prima linea contro i pedofili e sa che la sua figura viene messa in discussione. Più aumenta la pressione della rete tv, più crescono i suoi dubbi su sé stesso, che compensa con un delirio di grandezza fino a perdere il senso della realtà. È questa contraddizione che mi ha attratto, oltre alla sua misteriosa energia, che sfugge alle definizioni perfino dopo aver guardato centinaia di puntate».
È stato più difficile interpretare Hansen o l’Antinoo di Odissea?
«Sono arrivato sul set di Odissea subito dopo le riprese di Primetime e mi sembrava di sentire la voce di Hansen in quella di Antinoo (ride, ndr). Mi riferisco solo alla parlata però: Nolan chiedeva a tutti noi di parlare con lo stesso accento e ho dovuto lavorare con un coach per liberarmi di quello di Hansen per tornare all’americano medio».
Lei è un attore popolarissimo e, dopo il successo mondiale a poco più di vent’anni, sicuramente avrà vissuto la pressione del mestiere: è stato difficile rimanere sé stesso e scegliere progetti coerenti con i suoi desideri?
«Di sicuro bisogna ricalibrarsi costantemente per restare con i piedi ancorati nella realtà: è così facile perderla di vista, allontanarsi dai propri obiettivi, vedo persone che magari se ne rendono conto dopo anni e si ritrovano a domandarsi perché. Però non bisogna focalizzarsi solo sui propri desideri ma capire quello che piace al pubblico, ragionare da spettatore: se nessuno va a vedere il tuo film, che senso ha girarlo? Se ho scelto di produrre Primetime, ed è la prima volta che seguo un progetto dalla a alla zeta, è perché ne ho sentito l’energia leggendo la storia e ho cercato di portarla sul grande schermo con una squadra in cui credo. Lance Oppenheim è un documentarista al suo primo lungometraggio di finzione, ed è una macchina da guerra».
Lo è anche lei, quest’anno più che mai con quattro film nelle sale. Come è riuscito a gestire tanti impegni, oltretutto con una bambina piccola?
«Per la prima volta ho riempito l’agenda per due interi anni e ho dovuto dosare le mie energie, ma paradossalmente la paternità mi ha aiutato. Esco molto meno la sera, vado a letto presto e per questo ho avuto più tempo. Sarei stato entusiasta di girare anche solo uno di questi titoli e mi sento privilegiato. La fatica è tanta, soprattutto all’inizio, ma ingranando diventa meno dura di quanto si pensi».
Un bel regalo, e una bella soddisfazione, per i 40 anni compiuti a maggio. Che effetto le ha fatto?
«Confesso che i 40 mi hanno mandato nel panico, mentre a 30 mi sentivo ancora un ventenne».
Però è al top della sua carriera.
«Questo è vero. E dopo aver avuto mia figlia, ho sentito un’energia completamente diversa, che non avevo mai provato prima. Forse il cambiamento è stato questo, più che il compimento dei 40 anni. È tutto bellissimo, e le esperienze di vita nutrono anche la recitazione. Sono bellissime onde da cavalcare».
Ha iniziato a recitare a 14 anni. Com’è nato il desiderio?
«Ero entrato in una piccola compagnia teatrale, più che altro era un’occasione per socializzare. Mentre mettevano in scena Bulli e pupe sono andato a vedere il film e ho pensato che volevo interpretare Nathan Detroit, il personaggio di Frank Sinatra. Lo desideravo così tanto che, anche se non avevo chance rispetto ai diciottenni, per la prima volta ho fatto un provino in cui bisognava anche cantare e ballare. E superato il primo momento di imbarazzo e insicurezza, ho capito che volevo farne un mestiere. È successo dall’oggi al domani e ancora non so perché: non ero uno di quegli adolescenti che amano stare al centro dell’attenzione salendo su un palco. Ero più alto dei miei coetanei e, come tutti quelli che si sentono un po’ diversi, me ne stavo spesso in disparte. Mi nascondevo pure un po’. Quindi, ancora oggi, fatico a credere che la mia carriera sia diventata questa».