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 2026  settembre 18 Venerdì calendario

Milano, reintegrata un’impiegata licenziata per i suoi post-it in ufficio per chiedere più educazione

Era convinta che nel suo posto di lavoro nessuno rispettasse le regole di buona educazione, rispetto reciproco e convivenza. Per questo aveva riempito l’ufficio di post-it rivolti ai colleghi, per richiamarli ai loro doveri. Ma alla fine è stata proprio lei a perdere l’impiego. La società finanziaria di Milano dove la donna lavorava da un anno e mezzo, infatti, a un certo punto ha avviato un procedimento disciplinare nei suoi confronti terminato con il licenziamento per giusta causa. A maggio 2025, l’impiegata si è ritrovata così senza lavoro e ha deciso di impugnare il provvedimento in Tribunale. Che le ha dato ragione. 
Così, nella lettera di licenziamento, erano formulate le accuse alla dipendente, milanese di 40 anni, che era stata assunta nel gennaio del 2024: «Lei, come in qualunque rapporto di lavoro, è tenuta scongiurare comportamenti e contrasti che possano ledere il clima interno, riverberandosi negativamente sull’organizzazione stessa, il clima lavorativo e la qualità del lavoro». Per la società datrice di lavoro, in particolare, questo «continuo e compulsivo» attaccare post-it in ufficio è un comportamento grave e lesivo, perché non è autorizzata a farlo; e soprattutto, sempre secondo i suoi capi, l’aggressività dimostrata nei confronti dei colleghi ha violato il codice etico del gruppo bancario proprietario della finanziaria: «Lei è solita adottare un comportamento aggressivo, volgare e polemico nei confronti di colleghi, in aperta violazione dei principi e delle regole». 
Negli atti del procedimento giudiziario sono riportate decine di frasi ripetute dalla donna nella serie di post-it che attaccava in ufficio, anche nelle cassettiere e nei computer di colleghi e colleghe, per denunciare le criticità della convivenza lavorativa: «Non rovistate nei cassetti», «Avete rotto già un calorifero», «Non sostate nella guardiola», «Non si tocca i computer degli altri», «Non aprite gli armadi degli altri». Il clima nel posto di lavoro si è via via inasprito, ma secondo il giudice del Lavoro del Tribunale di Milano, Rossella Chirieleison, l’insistenza dei messaggi non è la prova che la donna licenziata fosse la principale responsabile della situazione: per questo ha stabilito che deve essere reintegrata e indennizzata con circa 33mila euro, pari a 12 mensilità, più spese legali. 
Quei post-it, insomma non possono essere causa di un licenziamento. Si legge in sentenza che «i fatti di cui alla contestazione disciplinare» sono «in parte insussistenti e in parte irrilevanti disciplinarmente»: le frasi volgari e aggressive che la donna avrebbe rivolto a voce ai compagni e alle compagne di lavoro non sono state sufficientemente provate, stando al resoconto processuale; e quanto al costante utilizzo di «bigliettini» e pro memoria, scrive il giudice nella sentenza di primo grado: «Non può avere alcun rilievo il fatto di avere attaccato un cartello sullo schermo del computer, tenuto conto che non risulta che lo stesso fosse visibile a un pubblico indiscriminato, né che contenesse frasi inopportune, né infine che abbia creato alcun danno all’azienda». La 40enne può tornare a lavoro, il licenziamento per il Tribunale di Milano è illegittimo.