Corriere della Sera, 18 settembre 2026
Risveglio a Bruxelles
Ieri, 17 settembre 2026, si è compiuto un piccolo miracolo di natura ucraina. Il primo ministro canadese Mark Carney ha portato il suo Paese in Europa. Tempi, modi e forme si vedranno ma, proprio per il fatto che il Canada appartiene ad un altro continente, va dato atto a Ursula von der Leyen che la sua regia dello straordinario evento è stata perfetta. E il fatto che abbia esplicitamente coinvolto nel progetto di allargamento dell’Eu il Regno Unito, la Norvegia e la stessa Ucraina ha reso più evidente il disegno elaborato a Palazzo Berlaymont.
Mentre prosegue inesorabile il tentativo di strangolamento russo dell’Ucraina, man mano che si fa più esplicita la guerra ibrida del Cremlino contro il nostro continente e per tutto il tempo in cui Vladimir Putin rifiuterà di sedersi al tavolo della pace, quel che resta dell’Occidente dovrà fare l’impossibile per mettersi nelle condizioni di affrontare ogni eventualità. Ed è alla tenacia degli ucraini che dobbiamo il fatto che ci sia stato dato il tempo di procedere all’allargamento di cui si è detto.
E gli Stati Uniti? L’America di Donald Trump è sempre più ostile all’Europa. In modalità esplicite, fino a ieri inimmaginabili.
La rabbiosa reazione di Trump al discorso sullo Stato dell’Unione, ma poi soprattutto a quello di Carney, ne sono l’ennesima riprova. Il presidente aveva optato per la causa di Putin prima ancora di insediarsi alla Casa Bianca e mantiene rapporti (peraltro sgarbati) con una parte delle nostre élite politiche al solo scopo di mettere gli europei in contrapposizione tra loro, uno contro l’altro. La sua idea è che al cospetto di tre giganti come Stati Uniti, Russia e Cina, l’Europa non può che piegarsi. È solo questione di tempo. Come può illudersi il nostro continente di reggere ad un braccio di ferro anche con uno solo di quei titani?
Il calcolo è lo stesso che i russi fecero quattro anni e mezzo fa allorché invasero l’Ucraina. Il nemico, pensavano, farà due conti e non appena capirà di non avere scampo, si arrenderà. Invece no. Kiev ha dimostrato che la resistenza è possibile. E non si tratta solo di resistenza armata (c’è anche quella, formidabile, al di là di ogni aspettativa) bensì di una prova di carattere e duttilità politica che nessuno si sarebbe aspettato. Così ora potrebbe dare sorprese persino un pachiderma flaccido, viziato, incline al litigio interno e tutto sommato inconcludente quale era l’Europa fino a pochissimo tempo fa.
Sappiamo benissimo che di fronte a un’offensiva militare vera e propria, come fu quella hitleriana del maggio del 1940, l’Europa con ogni probabilità si sgretolerebbe all’istante. Ma la Russia quel genere di offensiva non può permettersela dopo l’imbarazzante prova che ha dato in Ucraina. Per nostra fortuna gli ucraini si sono dimostrati combattenti del tipo che in Europa si potrebbero trovare solo nei Paesi settentrionali, in particolare quelli che confinano con la Russia stessa e nel corso del Novecento hanno avuto modo di assaporarne la dominazione.
Però oggi, nonostante Putin, cerchi di convincere sé stesso e il mondo intero che ormai la guerra non è più con l’Ucraina ma tra lui e la Nato (quale Nato?), i russi restano inchiodati – ripetiamo, da quattro anni e mezzo – nel Donbass. Provocano morte e distruzione ovunque nel Paese invaso. Ma la notizia di un loro sfondamento sul fronte viene rinviata di giorno in giorno.
Adesso l’entourage putiniano fa sapere di voler costringere gli ucraini a patire un nuovo inverno nel gelo, riscaldati solo dal fuoco provocato dalle bombe. Poi quando arriverà l’estate il Cremlino detterà condizioni di pace. Forse. Nel frattempo, però l’Europa si è mossa. Eccezion fatta per le destre più estreme (e, qui in Italia, per parti consistenti della sinistra), gli eredi dei partiti storici che hanno costruito l’Europa – democristiani e socialdemocratici – sono testardamente unanimi nel non volerla dar vinta agli aggressori. Sopportano le sorprese di droni provenienti da chissà dove e di attacchi informatici. Ma subiscono senza abboccare all’amo della «risposta proporzionata» che potrebbe trascinare il continente tutto in una situazione dove con ogni probabilità non sarebbe in grado di dimostrare d’essere all’altezza dei combattenti ucraini.
In questa fase l’Europa pensa giustamente a far quadrare i conti, ad armarsi per quel che può con sistemi integrati, ad aiutare l’Ucraina a resistere fino al giorno in cui i suoi rappresentanti potranno stipulare un armistizio senza dover subire nuove angherie. L’Europa ha dimostrato di saper estendere fuori dai confini continentali la nuova alleanza che la può mettere in grado di sopravvivere alle brutte sorprese di questo decennio. Sotto questo profilo la cerimonia con cui von der Leyen ha dato il benvenuto a Carney tra citazioni di Goethe e applausi pressoché unanimi segna una data storica. Anche se quel signore che siede alla Casa Bianca ce la farà pagare con qualche dazio in più.