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 2026  settembre 18 Venerdì calendario

Intervista a Renata Cristina Mazzantini

Ristabiliamo genealogie precise: per i siti Internet, la AI e i giornali lei, Renata Cristina Mazzantini, direttrice della Galleria d’arte moderna e contemporanea di Roma, è figlia di Carlo Mazzantini, repubblichino autore di «A cercar la bella morte», sorella della scrittrice Margaret Mazzantini e dell’attrice Giselda Volodi, che debuttò a Hollywood con Bruce Willis. Le cose stanno così?
«No, non è vera nessuna di queste informazioni.
Apprezzo Margaret Mazzantini che, però, non conosco e non è mia parente».
Perché giornali, siti e intelligenza artificiale raccontano tutti queste parentele?
«Perché qualche giornale le ha messe in giro. Li ho diffidati, ma questa vicenda testimonia cosa è il mondo digitale delle fake news: l’algoritmo pesca in una falsa informazione e questa viene duplicata e riduplicata all’infinito».
Allora qual è la sua vera famiglia?
«Sono nata a Roma dove ho fatto il liceo, mi sono laureata in Architettura a Valle Giulia dove ho conseguito il Phd. La passione per l’arte viene un po’ dalla prozia, che lavorava al ministero della Cultura, e un po’ dal nonno collezionista. Sin da ragazzina dipingevo. Ma sono figlia di un ingegnere che mi ha trasmesso una visione pragmatica delle cose».
Gli storici dell’arte non vedono mai di buon occhio quando non è uno di loro alla guida di un museo...
«Credo che la mia nomina segua l’andamento delle ultime, dove figurano più architetti e archeologi. È stata la riforma Franceschini a richiedere un profilo più manageriale con conoscenze tecniche, economiche, giuridiche e gestionali. Dopodiché si lavora in team e credo che, per questo motivo, provenire da percorsi di studio multidisciplinari sia più adatto per una direzione».
Quali insegnamenti le hanno lasciato docenti come Paolo Portoghesi e Giovanni Carbonara?
«Carbonara è stato un maestro nell’ambito della tutela mentre Portoghesi mi ha avviata allo studio della storia e della progettazione integrata. Io stessa ho insegnato per alcuni anni».
Prima di diventare direttrice della Gnam è stata la curatrice di «Quirinale contemporaneo», ovvero ha portato l’arte contemporanea dentro il Palazzo del Quirinale.
«Il presidente Sergio Mattarella ha definito l’arte “lo specchio del tempo” e ha aperto al pubblico il Quirinale. Studiando i percorsi, ci si è resi conto che il Quirinale non offriva un’immagine corrispondente alla realtà repubblicana e dava ancora l’idea del regno sabaudo. Così è nato “Quirinale contemporaneo” per volontà del presidente e del segretario generale, Ugo Zampetti: ho avuto compito semplice nel far accettare il cambiamento. La contemporaneità conferisce un nuovo biglietto da visita dell’Italia ai capi di Stato e agli ambasciatori che vengono ricevuti. Siamo partiti dal 1946 con un’opera di Marino Marini e il progetto viene sempre aggiornato con una visione dinamica e con apertura al design, che è una tradizione italiana che le istituzioni sostengono».
Ha inoltre realizzato progetti d’arte per la Camera dei deputati, che sembrerebbe uno dei posti meno adatti...
«Vi ho lavorato dal 2001 al 2014 con quattro presidenti di diverso orientamento. L’idea è stata quella di usare l’arte per rendere il Palazzo più permeabile. Ho seguito la cura di mostre, il restauro di mobili e di facciate. Ora festeggiamo gli 80 anni della Repubblica».
Veniamo alla Gnam. La mostra sul Futurismo, secondo alcuni critici, è stata «un disastro»; il pubblico, invece, ha apprezzato...
«Mi sono insediata il 12 febbraio 2024, la mostra su Tolkien ha chiuso tre giorni dopo e il Futurismo era pianificato. Le polemiche hanno preceduto la visita alla mostra; dopo averla visitata molti hanno apprezzato e per noi è stata l’opportunità di esporre più di cento nostre opere sulle 500 complessive. Questa mostra ha riacceso i fari sulla Gnam e ha esplorato il rapporto del Futurismo con il suo tempo, la relazione tra arte e progresso. Era dai tempi della mostra su Van Gogh che non si vedevano così tanti visitatori».
Lei ha messo mano all’allestimento precedente, da molti giudicato stravagante. Esiste una formula per l’allestimento perfetto?
«La formula non esiste, ma siamo riusciti a non chiudere mai il museo durante tutti i lavori. Alcune opere sono tornate dal deposito, alcune poi sono state restaurate, come Passi di Alfredo Pirri, arriverà un’opera di Galileo Chini e altre dell’Arte Povera. La Gnam è nata come museo del presente nazionale, quindi il primo obiettivo del riallestimento è stato pedagogico, ovvero quello di documentare l’arte dello Stato unitario. Infatti, sono aumentate le scuole che vengono in visita, che vedono da Canova a Cattelan e capiscono l’arte degli ultimi due secoli. È come un viaggio in cui lo spettatore può personalizzare la propria esperienza di visita e sentirsi protagonista».
Il 9 luglio la Gnam ha ospitato la sfilata di Fendi: queste iniziative destano sempre perplessità...
«Già Palma Bucarelli voleva aprire alla moda. Oltre alla sfilata abbiamo riesposto la mostra del 1985. Si fanno chiacchiere su questioni ormai storicizzate: l’arte contemporanea è il mondo della creatività senza distinzioni. Inoltre, i musei devono essere luoghi vitali. Queste iniziative non tolgono nulla al pubblico del museo e creano benefici, anche economici, per la conservazione. Quella sera social e tv hanno fatto vedere in tutto il mondo la Gnam».
Dobbiamo chiamarla Gnam senza C finale oppure aggiungerla?
«Sul mio decreto ho trovato scritto Gnamc, ma sui documenti precedenti Gnam. Gnam è un acronimo che ormai funziona, ma rifacendo l’immagine coordinata abbiamo proposto anche una C mobile finale, un po’ come fa Google che cambia ogni giorno, per dare un’idea contemporanea, vitale».
Quali sono i nuovi progetti della Gnam?
«L’ampliamento progettato da Mario Botta per archivi e biblioteca della galleria. Il progetto dà valore anche al verde e renderà la galleria con un’ala per le mostre contemporanee».
Che cos’è il Museo migrante?
«È far sì che il patrimonio sia più diffuso. Noi abbiamo 20 mila opere e ne esponiamo meno di mille. Molte erano date in prestito, sembravamo un supermarket. Quindi stiamo portando la Gnam a produrre delle mostre e abbiamo fatto accordi con Parma e Catania per due sedi distaccate».
L’inclusione?
«È un tema molto sentito dal ministro Alessandro Giuli sul quale abbiamo lavorato sia in termini di mobilità e accessibilità che di progetti. Con la Asl Roma 2 abbiamo centri di salute mentale per i bambini, abbiamo realizzato una mostra con i detenuti di Rebibbia e con l’Osservatorio di strada, il museo può essere frequentato dai senzatetto».
Ci sono ancora donatori come la borghesia di un tempo?
«La Cy Twombly Foundation ha donato undici Twombly e un Picasso per un valore di 40 milioni di euro, più tre per il laboratorio di restauro. Noi indichiamo sempre il nome dei donatori: un orientamento della Bucarelli che abbiamo ripreso è quello di lavorare con artisti e farsi lasciare opere: Balla ne donò 63, altre Capogrossi, Burri... Per questo sviluppiamo l’iniziativa “Artista dell’anno”, che per il 2026 è Mariella Senatore. L’anno scorso Emilio Isgrò ha donato cinque opere».
Concludiamo con il privato: suo marito è il noto saggista e collaboratore del Corriere, Roger Abravanel, padre degli studi sulla meritocrazia: si sente sempre sotto esame quando torna a casa?
«Mio marito è un gigante, l’ho conosciuto quando scrisse Meritocrazia, lui è un McKinsey e si è battuto anche per l’apertura dei cda alle donne. Devo molto alla sua sensibilità se siamo tornati con lui e mio figlio a Roma per svolgere questo mio lavoro».