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 2026  settembre 17 Giovedì calendario

Massimo Bubola ricorda De André e parla della sua carriera

“Basta faberismo. Solo Villaggio, che era un suo intimo, poteva chiamarlo Faber. Per me era Fabrizio”.
Ma anche lei, caro Massimo Bubola, era amico di De André.
Per anni sono stato parte della sua famiglia. A Milano mangiavo a casa sua e di Dori, giocavamo a carte. In Sardegna andammo, con un autista perché lui non aveva neppure la patente, a valutare l’Agnata. Fui travolto dalla concretezza delle sue passioni. Progettava di costruire stalle, lavoravamo la terra. Facemmo nascere un vitello. Era un uomo molto facondo.
Due album, Rimini e quello conosciuto come L’indiano, composti a quattro mani. In mezzo il rapimento.
Dopo il rilascio lo scoprii pacificato. Come se la sosta sul confine tra la vita e la morte avesse ridimensionato le cose che prima lo facevano incazzare. Ne giovò la scrittura, tolse peso all’ossessione estetica e affondò la penna in una comunicazione meno difensiva.
Parlavate del sequestro?
Mai, a meno che non decidesse lui di farlo. Era stato in trincea, poteva dirsi un sopravvissuto. Mio nonno fece la Grande Guerra e non raccontò nulla. Da contadino trovava inconcepibile sparare a un altro essere umano.
Il 23 ottobre, da Bassano del Grappa, partirà per La Lunga strada, tour di teatri sotto il segno di De André. Con gli Of New Trolls, che con Fabrizio avevano lavorato in Senza orario, senza bandiera. Proporrà Hotel Supramonte o la versione bubolesca Hotel Miramonti?
La mia, ispirata da un aneddoto sentimentale in un albergo sulle Alpi. Classico esempio di una canzone che offre più chiavi di lettura.
Anche perché non è detto che il pubblico sappia dei doppi fondi nascosti in un capolavoro.
Amo quando i colleghi parlano sul palco. È un gesto di amicizia nei confronti di chi ti sta di fronte. Ascoltare le affabulazioni di Guccini era come andarci a cena. Oggi vedo troppi idoli distanti e inaccessibili, neanche fosse tornato Nerone. Lassù non c’è nessuno da deificare. E se presenti un repertorio che ha una sua storia, devi sottolinearne la natura profetica. Leonard Cohen in The Future sembra descrivere questo presente cupo, ed era un pezzo di 35 anni fa. Le canzoni sono quadri viventi. Sono le cornici a invecchiare, gli arrangiamenti non possono essere i copia e incolla degli originali.
Ha duettato a Verona con Mannoia.
Su Fiume Sand Creek. Ecco: lì lo scenario era l’Ottocento americano. I soldati di Custer che massacrano donne e bambini. Cosa c’è di diverso da oggi? Allora si scontravano gli eserciti, da più di cent’anni ogni guerra è soprattutto uno sterminio di civili.
A Fiorella regalò Il cielo d’Irlanda.
Nata da un viaggio estivo fatto quarant’anni fa in quell’isola povera e meravigliosamente accogliente. La terra madre delle mie allegrezze e delle mie malinconie. Esperienza che ho rievocato in un recente libro, Il canto dell’anguilla.
L’insegnamento dei testi dei cantautori nei licei?
È un’occasione. Il fenomeno dei cantautori degli anni 70 nacque perché la poesia si era chiusa nel suo castello accademico, occorreva prenderne il posto in una dimensione popolare. Come è sempre stato da millenni: Omero, gli aedi, i pastori macedoni, i provenzali. Odi e sonetti. La poesia era musica sin dal suo apparire. I riti ebraici erano cantati, le messe li emularono. Ogni verso in metrica può essere suonato, ogni musica verseggiata.
Poi però c’è da spiegare la poesia civile. Con De André avete scritto Una storia sbagliata in cui alludete all’assassinio di Pasolini e al delitto Montesi. In Se ti tagliassero a pezzetti c’è la penombra della strage di Bologna.
E in Coda di Lupo parlavo di Moro, delle Br, di Lama all’università. Sì, i docenti devono illustrare il tempo in cui in Italia il potere occultava troppe verità con gli insabbiamenti di Stato. Insisto: le canzoni assumono significati più grandi e duraturi di quanto non percepisca l’autore. Il Dylan di Hurricane non vale solo per il caso del pugile, ma pure per le persecuzioni odierne contro la parte meno tutelata della popolazione Usa.
Apriva i concerti di Dylan.
Si era messo un cappuccio per ascoltarmi dalla platea. Dopo mi disse: ‘Mi piace come suoni la chitarra’. Non gli importava che non fossi famoso, ero un collega. Andavo rispettato.