La Stampa, 17 settembre 2026
Simone Annicchiarico parla di sé e del GF
Alex Belli, Marina La Rosa, Valeria Marini (di nuovo...), Jonathan Kashanian, Carmen di Pietro, Guendalina Tavassi... E poi il nome che non ti aspetti: Simone Annicchiarico. A due anni da Tale quale show (preceduti da altri otto di latitanza dal video), il figlio di Walter Chiari torna in tv ripartendo dalla casa più spiata d’Italia: il Grande fratello vip. Lui che ha un animo nomade, lo spirito inquieto e l’arte nel sangue ha accettato di essere recluso da stasera fino a data da destinarsi, sotto l’occhio delle telecamere di Canale 5. «Qualche amico mi ha chiesto se fossi impazzito».
Lo è?
«La verità è che non è facile lavorare in tv. Le proposte che ho ricevuto in questi due anni sono state risicate e sempre del tenore di Isole e affini. Rifiutavo perché cercavo altro, ma purtroppo se non hai agganci, anche politici, non è facile emergere. Non che le raccomandazioni siano di per sé sbagliate: se uno è bravo, è giusto segnalarlo a patto che la valutazione sia fatta, per l’appunto, sul merito. Oggi invece a ogni governo ci sono cambiamenti anche in tv dove dovrebbe valere la professionalità. Invece mi ritrovo a chiedermi se valgono di più il talento, le tessere di partito o le amicizie. L’offerta è povera di nuovi personaggi emergenti: a fare la differenza sono ancora i grandi professionisti come Gerry Scotti. Di giovani rivelazioni, non ne vedo traccia da 20 anni a questa parte».
Cosa l’ha spinta ad accettare il Gf Vip?
«Avrò visto solo 15’ della prima edizione del Gf (non vedo più la tv da anni, l’ultimo programma è stato Fantastico con Celentano), ma mi hanno detto che le dinamiche dei reality non sono più quelle di una volta. Ho capito che poteva essere una bella sfida: anziché aspettare il programma dei sogni, che comunque non arrivava, potevo cimentarmi con qualcosa di lontanissimo da uno come me, che ha bisogno dei propri spazi e di piccoli vizi. Sarà un bel bagno di disciplina: il Grande fratello Vip è il militare che non ho fatto».
Casa sua era frequentata dai mostri sacri del cinema. Non sarà straniante trovarsi tra vip di ben altra caratura?
«Ormai le persone davvero famose sono sempre meno. La qualità è scesa ma la musica, così come cinema e tv, restano l’ultima grande fabbrica dei sogni che combatte gli incubi del mondo. C’è una ragione se cantanti che non dicono nulla e non passeranno mai alla Storia (a differenza di Mina o Celentano) riempiono gli stadi e fanno milioni di euro: l’arte è l’ultima resistenza contro il nulla. Purtroppo viviamo tempi molto difficili: pieno Medioevo. Ci siamo addirittura inventati l’Ai: qualcosa che ragioni al posto nostro. Siamo fuori di testa, terrorizzati dal futuro».
Un po’ cinico.
«No. Semplicemente non dormo. E quando sei sveglio ti arriva tutto in faccia. Si ripete, giustamente, che non c’è futuro senza memoria del passato. A me però i ricordi rendono complicato vivere il presente. Mio papà, così come i grandi artisti degli Anni 70, erano liberi nel parlare: un’epoca dove c’era più sudore e sangue, le incazzature erano veraci, così come le passioni. Abitavano un mondo più duro ma autentico. E io sono rimasto bloccato lì. Sono diretto, non ho strategie, nemmeno sul lavoro. Forse avrei potuto giocarmi tutto meglio con un po’ di tattica».
È preoccupato di come potrebbe comportarsi nella Casa?
«Uscire dalla comfort zone è sano ma poi bisogna vedere come reagisci e lì, se dici qualche sciocchezza, ti sente tutta Italia. Sono un istintivo, che si scalda sui temi che ama, però per fortuna non sono mai aggressivo e quando sbaglio chiedo scusa».
Magari trova l’amore: è emotivamente disponibile?
«È l’ultima ragione al mondo per cui entro nella Casa anche perché ho una storia, adesso. Non mi sfiora nemmeno l’idea. Poi, certo, in una situazione di privazioni, magari vengo colto dalla Sindrome di Stoccolma».
Sarà un’occasione per fare emergere Simone e non «il figlio di Walter Chiari»?
«No. Sono orgoglioso del mio cognome: mio nonno ha fatto la musica di tutti i grandi film, mia mamma era una fuoriclasse del musical, mio papà ha fatto di tutto.. Ho potuto godere di questa vita meravigliosa, scampando dalla macchina tritacarne del successo. Nessuno mi ha mai detto “devi diventare qualcuno” o mi ha forzato a coltivare qualche talento. Sono nato e cresciuto libero. Non c’erano dinamiche di gelosia o emulazione perché ognuno aveva il suo posto nel mondo».
Tutti tranne lei?
«Io vivo. Ed è questo che bisogna fare. Il resto – lo status sociale, il posto nel mondo – sono solo etichette posticce».