il venerdì, 18 settembre 2026
Io, Bobby Sands e il digiuno che cambiò tutto
Due bambine corrono nel cortile dell’ex carcere di Long Kesh, poco fuori Belfast. La fotografia le ritrae sorridenti in uno dei luoghi-simbolo del conflitto anglo-irlandese dove, non molto tempo prima, i prigionieri politici irlandesi si lasciavano morire di fame per rivendicare i loro diritti. La famosa frase di Bobby Sands – «la nostra vendetta sarà la risata dei nostri figli» – è diventata un’immagine reale, riprodotta all’interno del memoir di Laurence McKeown, And Flowers Grew Up Through the Concrete, in cui l’ex compagno di prigionia di Sands racconta per la prima volta cosa accadde dopo la primavera-estate del 1981, quando dieci prigionieri politici morirono per lo sciopero della fame dentro quel carcere. McKeown stava per diventare l’undicesimo. Ma dopo settanta giorni consecutivi di digiuno entrò in coma e i suoi familiari decisero di farlo alimentare per via endovenosa. Contro la sua volontà.
Le due bambine nella foto sono le sue figlie, Caoilfhionn e Órlaith, nate dopo la fine del conflitto.
Che cosa è rimasto
Il libro racconta come una comunità politica tentò di reinventarsi dentro uno spazio concepito per annientarla. La narrazione prende avvio da una semplice domanda: cosa resta dopo gli scioperi della fame, gli anni rubati, i morti, dopo aver sacrificato tutto? «In quei giorni, dopo la morte di Bobby e degli altri, molti pensarono che la resistenza repubblicana fosse stata spezzata definitivamente», ci spiega McKeown. «All’inizio, anche in carcere aleggiava la sensazione di essere stati sconfitti. Ma dentro quel paesaggio di cemento e filo spinato, abbiamo lentamente cominciato a immaginare il futuro. Non sapevamo ancora di aver vissuto un trapasso storico decisivo. Il governo britannico era convinto di aver spezzato la volontà dei prigionieri repubblicani. Accadde il contrario».
Nelle parole di McKeown, la prigione di Long Kesh appare come una frontiera morale: «Nei blocchi H dov’eravamo rinchiusi iniziò una lenta riconquista dello spazio politico. Prima la battaglia contro la segregazione, poi l’organizzazione collettiva, lo studio, la scrittura, i dibattiti. Quelle celle avrebbero dovuto produrre isolamento e invece generarono una comunità. La resistenza contro il sistema penitenziario sfociò nel tentativo di capire che tipo di società avrebbe dovuto nascere dopo il conflitto».
Nudi in prigione
Tutto era cominciato cinque anni prima, nella primavera del 1976, quando il governo di Londra aveva deciso di introdurre una strategia definita “criminalizzazione”, che prevedeva l’eliminazione dello status di prigioniero politico e l’obbligo di indossare l’uniforme del carcere, come i detenuti comuni. Iniziò un lungo scontro in cui i detenuti dell’Ira – Irish Republican Army,l’organizzazione paramilitare e militare che aveva l’obiettivo di liberare l’Irlanda dal dominio britannico – rifiutarono le divise e rimasero nudi nelle celle indossando solo coperte, poi rifiutarono di lavarsi, infine ricorsero allo strumento estremo dello sciopero della fame. McKeown entrò in carcere proprio in quei mesi e si unì subito alla lotta. Rimase in cella nudo per quasi due anni, poi cominciò il digiuno: «Dopo quaranta giorni iniziavo a vedere doppio. Mentre la vista calava, l’olfatto si intensificava al punto che potevo sentire l’odore dell’acqua. Alla fine pesavo appena 44 chili. Ero pelle e ossa». Non fosse stato per i suoi familiari, oggi non sarebbe qua. Nel libro, McKeown ritorna continuamente alla figura dei genitori, alla distanza forzata, ai lutti vissuti dietro le sbarre. In uno dei passaggi cruciali, ricorda sua madre che gli dice: «Tu sai quello che devi fare, e io so quello che devo fare». La premessa di quella azione di forza che gli avrebbe salvato la vita.
La protesta e le dieci morti che provocò avrebbero cambiato il corso del conflitto anglo-irlandese ponendo le basi del processo di pace. Londra reintrodusse gradualmente lo status di prigioniero politico nelle carceri dell’Irlanda del Nord. Ma soprattutto, l’elezione di Bobby Sands al Parlamento di Westminster quando stava già morendo avrebbe segnato uno spartiacque decisivo del conflitto, poiché convinse il suo popolo che il confronto elettorale costituiva una valida alternativa alla lotta armata. McKeown uscì dal carcere nel 1992, dopo aver preso una laurea in Sociologia. Poi, dopo un dottorato alla Queen’s University di Belfast, ha iniziato a lavorare come drammaturgo e scrittore. Nel 1995 ha fondato il Belfast Film Festival. Al contrario di tanti ex compagni ha preferito le arti alla politica. «Sono state la continuazione naturale dell’esperienza carceraria, dove la poesia e il teatro divennero parte della nostra lotta. La cultura, in quelle condizioni, fu uno strumento di resistenza indispensabile per sopravvivere».
Danni permanenti
Oggi ha settant’anni e vive con la famiglia a Dundalk, a pochi chilometri dal confine irlandese. Lo sciopero della fame gli ha lasciato danni permanenti alla vista e soffre di ulcera. Quando lo incontriamo è appena tornato dal Sudafrica, dov’è stata rappresentata una sua opera dedicata al passato. Spettacolo messo in scena anche in Ruanda, al memoriale per le vittime del genocidio. Qualche anno fa, l’autore è tornato nell’ex carcere ormai dismesso insieme alle figlie e le ha lasciate correre nel cortile. Un modo per suggellare una rinascita. «Finalmente molti unionisti protestanti un tempo intransigenti sono disposti a discutere un futuro condiviso in un’Irlanda unita».