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 2026  settembre 13 Domenica calendario

Foster Wallace laureato geniale

Amherst University, Massachusetts, metà degli anni Ottanta. Il compagno di dormitorio di David Wallace è il geniale Mark Costello, la loro amicizia è spericolata e produttiva. Mark si laurea, non succedeva da quarant’anni, con magna cum laude, presentando due tesi; Wallace non può essere da meno e si getta a capofitto in una dissertazione filosofica e nella scrittura di un romanzo. Entrambi i lavori si nutrono della stessa matrice, si originano dalla stessa ossessione logico-esistenziale, il determinismo linguistico. Le parole non possono imprigionare del tutto il libero arbitrio.
Con la tesi filosofica vuole confutare un allora celebre assunto di Richard Taylor a sostegno del fatalismo. Come relatore sceglie il suo professore di epistemologia, Willem deVries, che gli lascia ampia libertà d’azione, e Wallace abbraccia la via più impervia, con fitte pagine di argomenti e controargomenti e assiomatizzazioni per arrivare a un esito cristallino: «Se Taylor e i metafisici vogliono imporci una conclusione metafisica devono fare metafisica». Bye bye fatalismo. Contro il fatalismo, è stato appena pubblicato da Einaudi.
Con la tesi di inglese succede praticamente lo stesso. A seguirlo è Dale Peterson, che ha un’impostazione tradizionale, ma capisce che ha di fronte un talento non irregimentabile. Wallace presenta alla commissione un romanzo di cinquecento pagine, e tonnellate di ambizione. Non tutti gradiscono quel modo di fare narrativa, ma è inevitabile, magna cum laude anche per lui.
Al successo segue una brutta crisi depressiva, rompe con la fidanzata ed è costretto a ricoverarsi per diverse settimane al Carle Hospital, vicino casa, a Urbana, Illinois.
Una volta ripresosi sente che quella massa di pagine deve essere pubblicata; cerca un agente; manda quindici pagine a quindici agenzie diverse e si mette in attesa. Risponde subito Bonnie Nadell, colpita dall’esuberanza della cover letter, infarcita di parole per lei strane come «diacronico». Nadell è abile e fortunata: manda il manoscritto a una manciata di editori e trova il favore di Gerry Howard di Viking, che aveva una passione per il postmodernismo. Anticipo ventimila dollari. Per la cronaca: nessun altro degli editori rispose.
Le quattro pagine di suggerimenti di editing che Howard gli manda qualche tempo dopo fanno precipitare Wallace nel baratro dell’insicurezza: «Da quando ho ricevuto i suoi suggerimenti non ho fatto che mangiare e fumare», ma al tempo stesso promette di essere ragionevole, «nevrotico e ossessivo» e «non troppo intransigente o sulla difensiva». Gli unici punti di divergenza furono la «teoria della membrana» e il finale. Sul titolo fu più facile trovare un accordo.
La tesi di laurea si chiamava Il Deserto Incommensurabile dell’Ohio. La scopa del sistema proviene da una frase che la bisnonna di Wallace pronunciava a casa, spronando i nipoti a mangiare una mela: «Coraggio, è la scopa del sistema». Quando sembrava tutto a posto arrivarono i massacranti giri di bozze; furono una tortura perché copy editor e correttori gli segnalavano come errate le stravaganze di cui andava fiero. Nella lettera che accompagnava l’ultima revisione scrisse: «Sarò Davvero Grato Di Non Dover Rivedere Per L’Ennesima Volta La Particolare Configurazione Che Ho Scelto Per Le Parole, Ma Sarò Lieto Di Farlo Se La Viking Lo Riterrà Utile».
Il libro esce il 6 gennaio 1987 e, com’era prevedibile, i giudizi furono contrastanti. Insieme ai plausi arrivano le prime bordate: «La versione puerile di Pynchon. Un Don DeLillo dozzinale». Per fortuna il New York Times Review ne fa una lettura equilibrata: «un’enorme sorpresa che (…) condivide i pregi e i difetti dell’esuberanza dei suoi progenitori: personaggi macchiettistici, racconti incasellati in altri racconti, coincidenze improbabili, ma una lucida e genuina passione per la cultura pop e i suoi materiali, e soprattutto lo spirito giocoso bandito da tanta narrativa recente». Anni dopo Wallace scriverà l’epitaffio della Scopa: «Un’opera scritta da un quattordicenne cervellone».
Per la versione italiana si dovette attendere fino a novembre del 1999, grazie a Fandango e alla lungimiranza di Sandro Veronesi e Edoardo Nesi. La virtuosa traduzione di Perroni di scrittori ne rivelò due.
Ma di che parla il libro? La scopa del sistema segue le vicende di Lenore Beadsman, in una Cleveland, Ohio, moderatamente distopica (1990), dove il mondo è diviso tra chi ha potere e chi non ce l’ha. Lenore è disorientata, ha gambe bellissime e lavora come centralinista della casa editrice Frequent&Vigorous, diretta da Rick Vigorous (non esattamente nomen omen viste le dimensioni del suo pene), con cui ha una relazione problematica vissuta a colpi di storie inventate davanti al loro psicoterapeuta, il Dr Jay.
Gran parte del romanzo è animato dalla ricerca dell’omonima bisnonna di Lenore, una battagliera novantaduenne fuggita da una casa di riposo insieme a una ventina d’altre persone per rifugiarsi, pare, nel Deserto Incommensurabile dell’Ohio (Dio – estrosa traduzione di Perroni di God, Great Ohio Desert). La nonnetta ha portato con sé il suo – e pure di Wallace – libro-mantra, le Ricerche filosofiche di Wittgenstein, del quale era stata allieva; trovarla vuol dire ritrovare il filo del linguaggio, in un certo senso, ed è solo laterale il fatto che sia a conoscenza di cruciali segreti industriali dell’impresa di famiglia.
Ora che sappiamo che Contro il fatalismo e La scopa del sistema sono nati sugli stessi quadernoni e sono stati battuti a macchina nelle stesse stanze e sono stati alimentati dagli stessi farmaci, dopo la lettura ci rimane una verità molto semplice: vivere in modo consapevole, da adulti, giorno dopo giorno, è di una difficoltà incredibile. La libertà non consiste nello sbarazzarsi delle regole del gioco, ma nell’imparare a mu overci all’interno della comunità, accettando le sue pieghe e le sue storture. La sofferenza nasce quando ci incaponiamo a rompere lo specchio, anziché conviverci.
Per uno scrittore che poi si cimenterà praticamente su tutto – la campagna elettorale di McCain, cosa si prova nel fare una crociera che non si vuole fare, quanto ci si imbarazza a un festival del porno o alla fiera del bestiame; stroncare uno dei suoi scrittori preferiti, John Updike – non è male, proprio niente male.