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 2026  settembre 17 Giovedì calendario

Centomila miliardi di debito pubblico nel mondo, ma quanto costano ai governi?

Il debito pubblico globale ha sorpassato i 106 mila miliardi di dollari alla fine del 2025; era fermo a 33.000 miliardi nel 2007. L’aumento del 220% nel giro di 18 anni è stato trainato dai governi dei Paesi più sviluppati: in Francia il debito pubblico è passato dal 43 al 102% del Prodotto interno lordo e in Regno Unito dal 43 al 102% del Pil. In Italia l’incremento è stato più modesto, ma a partire da una base di partenza più alta: dal 104,1 al 137,1%. Negli Stati Uniti, infine, il rapporto debito/Pil è raddoppiato dal 65% del 2017 al 124% del 2025 e i mega-piani di spesa di Donald Trump non lasciano immaginare una prossima inversione di rotta: i 5.000 dollari di “mancia elettorale” promessi a tutti i cittadini americani dopo il voto di metà mandato costerebbero al governo Usa altri 1.300 miliardi di dollari.
La spesa per interessi
Oltre che per spingere la crescita, questa montagna di debito è servita ad attutire l’urto su imprese e famiglie di una lunga serie di choc: la grande crisi finanziaria del 2008, la pandemia del 2020, il crac energetico del 2022. Ora, però, tutti questi interventi stanno presentando un conto molto salato sul tavolo dei governi. Stando ai calcoli dell’agenzia Scope Ratings, la spesa per interessi dello Stato italiano passerà dal 7,5% delle entrate fiscali del 2025 al 9,1% del 2031, da 82 a 117 miliardi di euro in valore assoluto, quasi un decimo del gettito complessivo. Quella della Francia, dal 3,8 al 6,9% – ossia da 59 a 129 miliardi di euro – e quella degli Stati Uniti dall’11,8 al 14% – cioè da 1.124 a 1.681 miliardi di dollari, somma pari al 2% del pil globale.
 «A causa dell’aumento del costo di servizio del debito, i governi avranno meno capacità di reagire alle emergenze e meno possibilità di investire su priorità strategiche come le infrastrutture o la difesa – spiega Carlo Capuano, Deputy Head of Sovereign & Public Sector dell’agenzia di rating. «Già nel 2026, per esempio, la spesa per interessi sul debito pubblicano italiano sarà quasi il doppio rispetto alla spesa programmata sulla difesa».
Il balzo dei rendimenti
Le stime sono basate sull’assunto che i rendimenti dei titoli di Stato resteranno nei prossimi anni sui livelli attuali, vicini ai massimi degli ultimi 15 anni, obbligando i governi a offrire cedole più alti per rifinanziare i bond in scadenza ed emetterne di nuovi. «Tre fattori contribuiscono a questa conclusione – sostiene Capuano – il primo è che l’incertezza geopolitica e i conflitti in corso in Medio Oriente hanno fatto salire le aspettative di inflazione a medio termine, cosa che spinge gli investitori a domandare rendimenti più alti sul debito». Il secondo è la generale preoccupazione per la traiettoria fiscale di alcuni grandi Paesi: gli Stati Uniti, certo, ma anche la Francia che nel 2027 si appresta a elezioni presidenziali dall’esito quanto mai incerto. «La terza – conclude – è la concorrenza sul mercato del debito dei colossi dell’intelligenza artificiale che stanno emettendo bond in quantità senza precedenti», gareggiando con i governi nei portafogli degli investitori. E, così, spingendo al rialzo i rendimenti di tutti i bond.
I picchi del passato
Questo aumento dei rendimenti sta destando allarme sul mercato e nei governi, tanto da spingere il governo Usa ad aumentare i riacquisti di debito a lungo termine per arrestare il tracollo dei prezzi dei bond a lunga scadenza. Al momento, tuttavia, la spesa per interessi per tutti gli Stati del G7 resta sotto i picchi toccati dopo il 2000, quando per l’Italia aveva toccato il 13,3% del gettito, per il Regno Unito il 9,2%, per la Germania il 6%. E, sempre secondo le previsioni di Scope Ratings, tale dovrebbe rimanere anche nel 2031 per la maggior Parte dei grandi Paesi, con le eccezioni rilevanti di Stati Uniti, Francia e Giappone che dovrebbero raggiungere, se non superare, i massimi raggiunti in questo secolo. 
Significa che siamo alle soglie di una nuova crisi del debito dalle conseguenze potenzialmente dirompenti? «L’aumento dei tassi di interesse e dei costi di finanziamento dei governi è certamente un fattore di rischio, ma non è di per sé sufficiente a determinare una crisi che è spesso frutto di problemi di liquidità o del venir meno della fiducia dei mercati nella capacità dei governi di tener sotto controllo i bilanci pubblici«, spiega Capuano. «Sotto questo punto di vista, le elezioni dei prossimi mesi negli Stati Uniti, in Francia, in Spagna e in Italia saranno un banco di prova importante». Il voto si giocherà probabilmente su programmi e promesse di spesa che, se attuati, farebbero lievitare ulteriormente deficit e debiti pubblici. «Con l’aumento della spesa per interessi – avverte Capuano – il margine di errore per i governi nell’allocazione delle risorse pubbliche si riduce di molto».