corriere.it, 17 settembre 2026
AirAsia tra debiti e cherosene a prezzi record
Il prezzo record del carburante per aerei e una competizione che nell’area si è fatta particolarmente agguerrita stanno mettendo in crisi AirAsia, la sesta più grande compagnia aerea del continente, la seconda low cost per dimensioni e uno dei marchi storici dei voli a basso costo ovunque in Oriente con ambizioni di operare in diverse città dell’Europa.
I conti della società – un complesso reticolato di sigle – iniziano a mostrare più di qualche criticità e il governo della Malaysia (dove si trova il quartier generale) ha chiesto ai vettori concorrenti Malaysia Airlines e Batik Air se sono in grado di subentrare ad AirAsia nel caso l’aviolinea dovesse collassare o ridurre drasticamente la sua presenza.
La notizia, riportata per prima da Reuters, non viene smentita al Corriere da fonti di una delle due compagnie aeree contattate dal governo locale. E ha portato il titolo di AirAsia Group Bhd a crollare del 21% nella seduta di giovedì 17 settembre, -71,79% da inizio anno. In Borsa capitalizza ormai appena 361 milioni di euro e ha debiti per circa 4 miliardi.
Fondata nel 1993, AirAsia ha effettuato il primo volo nel 1996. Ha trasformato il trasporto aereo nel sud-est asiatico nello stesso modo in cui Ryanair lo ha fatto in Europa: abbassando le tariffe fino al punto in cui volare è diventato accessibile a chi non se lo poteva permettere fino a quel momento. I suoi azionisti di riferimento sono Capital A (holding guidata da Tony Fernandes) con il 19,5%, poi Tune Air (5,94%) e Tune Live (5,86%), il resto è flottante.
È costituita da AirAsia, AirAsia X, Thai Air Asia (la divisione thailandese), AirAsia Cambodia, Indonesia AirAsia, Thai AirAsia X, Philippines AirAsia. Nel 2025 ha trasportato 68,55 milioni di persone, conta una flotta di 243 aerei e ne ha ordinati 501 – secondo la piattaforma specializzata Cirium —, più altri 300 opzionati, tutti di fabbricazione Airbus.
Nell’intero 2026, secondo i dati forniti al Corriere da Cirium, ha messo in vendita 76 milioni di posti sui voli nazionali e internazionali: di questi 57 milioni programmati da AirAsia e Thai AirAsia. Rispetto all’anno passato c’è stato un taglio della cosiddetta capacità di circa il 10%, con un -16% se si guarda al solo periodo settembre-dicembre.
I ricavi l’anno scorso sono stati pari a 4,7 miliardi di euro (al cambio attuale), con un utile operativo di circa 275 milioni. Ma è nel 2026 che la più grande low cost del sud-est asiatico è entrata in una spirale finanziaria complicata a causa del jet fuel. Il prezzo del cherosene è esploso in seguito al conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran e alla chiusura dello Stretto di Hormuz.
Per AirAsia l’impatto è stato devastante. Il costo del carburante è aumentato del 66% nel secondo trimestre rispetto al trimestre precedente, raggiungendo una media di 183 dollari al barile. La compagnia aveva una copertura del carburante limitata – molto meno di quanto avrebbero raccomandato le pratiche standard del settore – e si è trovata esposta quasi integralmente al rincaro.
Il risultato si legge proprio nel bilancio del secondo trimestre 2026: perdita netta di circa 176 milioni di euro con un rosso sul cambio valutario per ulteriori 70 milioni. È la perdita trimestrale più grande degli ultimi quattro anni. La risposta operativa è stata immediata: taglio delle rotte meno redditizie, restituzione di 25 aeromobili più vecchi, rinegoziazione dei contratti con i fornitori per ridurre i costi.
I numeri della situazione patrimoniale sono quelli che preoccupano di più i creditori e il governo. AirAsia aveva passività correnti per circa 3,9 miliardi di euro al 30 giugno 2026. Tra i debitori principali c’è Malaysia Airports Holdings Berhad, l’operatore aeroportuale statale: la compagnia deve all’ente almeno 106 milioni per servizi di atterraggio e parcheggio. La società ha già concesso proroghe sui pagamenti, ma non può farlo per sempre.
AirAsia ha parlato di discussioni con istituzioni finanziarie per raccogliere 910 milioni di euro dai mercati internazionali del debito, più circa 150 milioni in linee di credito locali, con l’obiettivo primario di ristrutturare il debito ad alto costo. Sta anche cercando di modificare i termini di un prestito di credito privato da 182 milioni di euro. Ma il fabbisogno reale di nuova liquidità sia di almeno 2,7 miliardi. La cassa disponibile al 30 giugno era circa 203 milioni.
Il gruppo low cost controlla circa il 40% dell’intero mercato dell’aviazione malese e il 60% del traffico domestico, cioè i collegamenti interni. Per Kuala Lumpur non può fermare le operazioni o rischia di immobilizzare un Paese anche sul fronte del turismo, dato che ogni anno milioni di visitatori si imbarcano sui voli nazionali per raggiungere le varie destinazioni vacanziere.