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 2026  settembre 17 Giovedì calendario

Mercurio si sta rimpicciolendo più velocemente del previsto

La notizia è dell’Istituto di Ricerca del Centro Aerospaziale Tedesco: Mercurio, il pianeta più vicino al sole è stato rimisurato. Il suo diametro sarebbe di 23 chilometri più piccolo della precedente stima, effettuata nel 2015 dalla sonda Messenger della NASA. A conferma di quanto affermato, ne sono state pubblicate le prove geologiche sulla rivista Geophysical Research Letters. Dalla documentazione delle nuove mappe della rugosità superficiale del pianeta, sono evidenti vere e proprie catene montuose «che prima non c’erano». 
Si immagini un palloncino gonfiato con elio: dopo qualche giorno, quando comincia a perdere gas e a diventare più piccolo, la superficie comincia a raggrinzirsi. È quello che sta accadendo a Mercurio. 
Perché Mercurio si rimpicciolisce?
Mercurio si è formato 4,5 miliardi di anni fa dopo una serie di violente collisioni tra rocce e asteroidi in orbita attorno al Sole. In sintesi, possiamo dire che l’impatto tra la massa di tutti quei corpi celesti ha generato enormi intrinseche quantità di calore che hanno contribuito alla formazione del pianeta stesso. Da allora, però, Mercurio ha cominciato a raffreddarsi disperdendo calore nello spazio, come accade anche alla Terra. Quando il nucleo si raffredda, si solidifica e, contraendosi, riduce le proprie dimensioni: questo collasso strutturale causa che la crosta di Mercurio si adatti agli spazi vuoti e si accartocci su sé stessa, generando vere e proprie catene montuose lunghe centinaia di chilometri, con vette alte anche 2000 metri e relative depressioni. 
Dove stava l’errore di calcolo
I ricercatori, che ben sapevano che Mercurio si sarebbe rimpicciolito, cercano da anni di capire a quale velocità avviene il processo. Finora sono stati tratti in inganno dal fatto che precedenti rilevazioni della sonda americana  erano state fatte con strumenti molto meno precisi di quelli odierni: potevano infatti mappare solo le fratture della crosta più grandi di 5 km, perdendo quindi la maggior parte dei dati degli altri rilievi. 
Bepi Colombo e le sue sonde
Gli astronomi quindi attendono con ansia i primi rilevamenti delle due sonde della BepiColombo (la missione congiunta delle agenzie spaziali europea e giapponese, così chiamata in onore del matematico e fisico padovano del secolo scorso) che tra poche settimane, il prossimo novembre, entreranno in orbita e cominceranno ad acquisire e a spedire scansioni ad alta risoluzione della superficie del pianeta. 
L’affidabilità della tecnologia montata sulle sonde di oggi (tra cui un sofisticato altimetro laser) consentirà di mappare tutto il pianeta con una approssimazione di 20 centimetri e non di 5 chilometri. I dati raccolti potranno chiarire dettagliatamente le evoluzioni interne al pianeta. 
Ricerche parallele hanno inoltre evidenziato che la presenza di grafite su Mercurio funge da lubrificante naturale per la crosta, facilitando lo scivolamento dei blocchi rocciosi lungo le faglie durante questo continuo processo di restrizione globale. 
Anche la terra quindi potrebbe rimpicciolirsi?
È vero che anche il nostro pianeta sta disperdendo calore nello spazio ma la struttura della Terra risponde a dinamiche diverse. A differenza di Mercurio, che ha un «guscio rigido», la crosta terrestre è divisa in placche tettoniche che si muovono, scivolano e si scontrano continuamente. La vecchia crosta affonda nel mantello e si fonde mentre nelle dorsali oceaniche viene creata costantemente nuova crosta. Questo continuo «riciclo» compensa le tensioni termiche, evitando che l’intero pianeta si accartocci su sé stesso. Inoltre, il nucleo di Mercurio è sproporzionatamente più grande di quello della Terra (42% contro 17%) e quindi ha una maggiore influenza sulle dinamiche interne.