Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  settembre 17 Giovedì calendario

Ma Trump attacca: il costo del denaro? Dovrebbe essere all’1%

«Non ho nulla da dirvi», ha dichiarato ai giornalisti Kevin M. Warsh, in merito alle richieste del presidente Trump, che vorrebbe tagli ai tassi di interesse anziché un rialzo come quello dello 0,25% deciso ieri all’unanimità e per la prima volta in tre anni dal Comitato federale per il mercato aperto (FOMC), responsabile della politica monetaria. Questa mossa potrebbe rafforzare la credibilità del presidente della Fed nella lotta all’inflazione, ma ora lo mette nel mirino di Trump, che da tempo chiede una riduzione dei tassi e ha criticato aspramente Jerome Powell, il predecessore sostituito a maggio con Warsh, per non averla realizzata. Ieri sera il presidente ha scritto su Truth: «I tassi di interesse negli Stati Uniti dovrebbero essere dell’1% o meno, perché abbiamo DI GRAN LUNGA il miglior credito del mondo. Nel nostro Paese c’è un BOOM di investimenti! Se smettessimo di commerciare con ogni Paese con cui abbiamo un deficit (della bilancia commerciale ndr), cioé la maggior parte, ci guadagneremmo almeno 1,5 trilioni di dollari. Deficit vuol dire PERDITA. Stiamo portando sulle nostre spalle quasi ogni Paese del mondo e questo non può più andare avanti. TASSI DI INTERESSE PIU’ BASSI PER GLI STATI UNITI E VELOCEMENTE!». Poco prima, il portavoce della Casa Bianca Kush Desai aveva definito «piuttosto spiacevole» la decisione di aumentare i tassi, «non supportata da ragioni economiche particolarmente convincenti».
La strategia di Warsh è quella di parlare poco ed evitare le provocazioni. Persone a lui vicine dicono che il capo della Fed pensa che il suo predecessore peggiorasse le cose facendo affermazioni non necessarie, come spiegare che i dazi avrebbero aumentato i prezzi. All’ultimo incontro, a luglio, tre presidenti delle Fed regionali avevano votato contro la maggioranza chiedendo un rialzo dei tassi; allora la Casa Bianca aveva dato la colpa a persone intorno a Warsh, suggerendo che l’uomo scelto da Trump fosse d’accordo con il presidente. Ma ieri Warsh ha dichiarato: «La decisione che abbiamo preso oggi è semplice e responsabile. Vi ho riflettuto in questi miei primi 110 giorni» a capo della Banca centrale americana. «L’inflazione resta elevata» e la decisione permette di ritornare verso il target. Il New York Times nota che si tratta di una decisione che in realtà potrebbe aiutare il presidente in vista delle elezioni di midterm, perché una Fed che dimostri la propria determinazione nel ridurre l’inflazione potrebbe contribuire a mantenere i costi complessivi del credito a livelli inferiori rispetto a quelli che si avrebbero altrimenti. Però Trump detto tre giorni fa che gli Stati Uniti dovrebbero «pagare il tasso di interesse più basso del mondo»; ha anche minacciato (cosa che è tornato a fare ieri) che, se la Fed non avesse abbassato i tassi, gli Usa ridurranno i commerci con i Paesi con cui hanno un deficit della bilancia commerciale. Kevin Hassett, direttore del consiglio economico nazionale della Casa Bianca, ha detto domenica che l’inflazione sta migliorando e la Fed non ha bisogno di alzare i tassi, aggiungendo che la banca centrale americana rischia di danneggiare la sua reputazione apolitica quando lo fa vicino a un’elezione.