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 2026  settembre 17 Giovedì calendario

Lavitola, i ricordi dello storico cameraman di Berlusconi

«Gli avvocati gli impedirono di mandare a Lavitola gli aiuti che chiedeva, sarebbe stato un reato: eppure Lavitola faceva leva sulla generosità del presidente, gli aveva fatto sapere che viveva come un topo in uno sgabuzzino, che sua moglie non aveva i soldi per mangiare, che era stato abbandonato. Berlusconi non sapeva davvero come spiegarglielo. Diceva: “Abbiamo tentato di tutto, ma per somme così importanti è impossibile usare mezzi legali”».
È pieno di pepite d’oro, il libro che Roberto Gasparotti, lo storico cameraman di fiducia del Cavaliere, ha scritto con la giornalista Paola Zanca per editrice Paper First col titolo «Il regista di Berlusconi. I segreti dei miei trent’anni con Silvio». Certo, ricorda Marco Travaglio nella prefazione, si tratta dei «ricordi che ha deciso di ricordare». Ed è una storia che ha più buchi d’una ruota di emmenthal. Non un cenno al Lodo Mondadori, all’avvocato Mills, a Karima «la nipote di Mubarak» e così via... Ma su una miriade di altri episodi, dettagli, stramberie viene fuori su Sua Emittenza un ritratto imperdibile.
Il fastidio della giovane Giorgia Meloni per l’inno «Meno male che Silvio c’è» sparato a tutto volume al Pantheon mentre toccava a lei. Le cassette di gamberi freschi che arrivavano da Gheddafi e dirottate alla Caritas perché l’allora premier non amava il pesce. Il comizio torrenziale di quasi quattro ore col terrore che la gente se ne andasse esausta. La fissa della statura: «L’altezza era una questione di percezione: si sentiva slanciato e voleva essere slanciato». Ed ecco i piedistalli, i tacchi mega, le poltrone rialzate... Per non dire dei capelli: «Ci teneva tantissimo. Diceva che quando la mattina ne trovava uno sul cuscino o nel lavandino lo chiamava per nome e gli dava l’ultimo saluto».
Una miniera di aneddoti. Come il trasloco a Palazzo Chigi e il restauro d’una statua del dio Marte che nei secoli era stata mozzata «lì» dove stavano quelli che Giacomo Leopardi chiamava «i tommasei», con tanto di perizie scientifiche sulle dimensioni. O il ritocco in sala stampa a un quadro del Tiepolo dove spuntava, galeotta, una poppa. Subito velata.
Tra tante curiosità, però, non mancano ricordi di peso politico. Una, a dispetto delle mille sfuriate in nome della privacy, è la scelta berlusconiana di registrare di nascosto le conversazioni nei dintorni. Come nel caso del costruttore Antonio d’Adamo che poteva dargli una mano contro Di Pietro: «Ovviamente nessuno dei partecipanti all’incontro sapeva nulla. I microfoni venivano inseriti nell’arredamento in posti nascosti: tra gli oggetti sulla scrivania oppure in una delle composizioni di fiori freschi. Alcune volte il presidente il microfono se lo metteva addirittura addosso, così poteva passeggiare e mettere ancora più a loro agio gli ospiti». Indiscreto, ma cortese.
Quanto a Valter Lavitola, ora protagonista dell’attentato a Sigfrido Ranucci, «era direttore del giornale l’Avanti!, non so per quale strana alchimia sia riuscito ad avvicinare Berlusconi. Sta di fatto che, durante l’ultimo mandato da presidente del Consiglio, Lavitola era sempre presente, perfino nei viaggi all’estero. Era riuscito a entrare nel gruppo che seguiva il presidente, che purtroppo in quel periodo era composto anche da diverse persone che non avevano profili istituzionali... C’era una certa libertà di movimento, insomma. E non c’era nessuno che potesse permettersi di dirgli: presidente, non è il caso. (...) Andò così anche con Lavitola: aveva iniziato con una lunga trasferta a Panama, perché sembrava avere importanti relazioni in quel Paese. Poi ci seguì anche in Brasile e in molte altre trasferte. Io posso solo dire che gli ho dovuto esplicitamente chiedere di non intromettersi in determinate situazioni che non erano di sua competenza, perché avevo notato che cominciava a occuparsi anche di questioni che non gli spettavano. Il rapporto con Berlusconi però rimase saldo anche in seguito alle vicende giudiziarie che lo hanno coinvolto. Si sono visti diverse volte, con discrezione. Berlusconi era molto dispiaciuto per quello che gli era capitato, aveva comunque un debito di riconoscenza nei confronti di Lavitola: lo aveva aiutato nel “dossier” della casa di Montecarlo contro Gianfranco Fini, gli aveva consentito di allungare la vita del suo governo con Di Gregorio e la compravendita dei senatori...» Insomma, direte voi, come poteva immaginare che fosse un poco di buono?