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 2026  settembre 12 Sabato calendario

Eraldo Affinati parla di sé, di cultura e di scrittura

Veniamo da lontano. Quando lo ha scritto, Yasmina Reza intendeva che siamo figli del mondo e di chi al mondo ci mette. Che siamo prodotti di ambienti, storie, storia, e delle nostre famiglie. Che anch’esse vengono da lontano, e che dall’unione di sconosciuti ottengono consanguinei che ci plasmano in molti modi diversi, il più delle volte silenziosi, invisibili. «Jung ha scritto che non siamo figli solo dei nostri padri ma pure dei nostri antenati», dice Eraldo Affinati, che di silenzi e invisibilità ha cercato il rumore e le tracce che coprono. Lo ha fatto in tutti i suoi libri ma mai in modo tanto esplicito e profondo come nell’ultimo, Nella palude del padre (Gramma), in cui si mette in cammino, che è sempre l’azione della sua scrittura, per percorrere e poi riordinare e unire tutte le strade che hanno attraversato i suoi nonni, poi i suoi genitori. Strade che non sempre si lasciano guidare e che a volte sono paludi. Parte da una foto di suo padre da bambino, che gli è stata consegnata di recente da cugini che ha scoperto di avere, figli di una sorella che suo padre aveva ripudiato. Veniamo dai non detti, lo sanno tutti i figli di genitori del secolo scorso, e ai non detti di suo padre e sua madre Affinati non si è rassegnato: li ha interrogati, li ha fatti parlare e li ha intrecciati alla ricerca più grande, sul senso della sua vita. In questo c’è la rarità e la bellezza di questo suo libro che sì, è una ricerca sulle origini, ma tesa a un’ambizione molto trascurata: dirci perché siamo vivi, perché siamo come siamo e dove siamo, e di cosa siamo eredi, cosa dobbiamo completare. «Io di avere un compito l’ho sempre sentito», dice Affinati, seduto nella sua biblioteca, che lui chiama «l’altra parte della casa», con i libri in un ordine impeccabile, una cucina, una parete con muratura a vista come negli appartamenti di New York. Ha settant’anni e non si direbbe, l’accento romano senza la parlata inerziale, l’informalità rispettosa dei solidali. È vestito da mod, ma è un rocker. Docente, ha scritto più di trenta libri e da 18 anni gestisce una scuola che ha fondato con sua moglie Anna Luce Lenzi, in cui si insegna l’italiano ai migranti. Ci sono sedi in tutta Italia e ci lavorano solo volontari: uno per ciascun allievo, questo è il metodo. Si chiama Penny Wirton, come il protagonista senza padre di un racconto di uno scrittore orfano di padre, Silvio d’Arzo. Agli orfani, ai bambini alle bambine abbandonati o trascurati dai genitori, Affinati ha dedicato gran parte della sua vita. È figlio di due orfani. Sua madre di un padre eroico, un partigiano, e suo padre di un libertino che non lo riconobbe, gli diede nome Fortunato e poi andò via, fece un’altra famiglia con 5 figli, il primo dei quali lo chiamò Fortunato. «Una cattiveria che lo mortificò per sempre: lo fece sentire cancellato».
Lei inizia questo libro dicendo: avrei avuto bisogno di un adulto credibile che mi spiegasse che sono la diretta conseguenza di fatti avvenuti tempo fa.
«Come tutti. Perché dobbiamo sapere da quale storia arriviamo: ogni cosa che facciamo è in continuità con ciò che ci precede, anche quando ce ne sleghiamo, ci opponiamo, ci emancipiamo. Io ci ho lavorato da solo. Una cosa che ho imparato nei miei anni da educatore è che i figli fanno sempre un passo in più. I miei studenti peggiori vengono sempre da famiglie che prima o poi superano».
Se ci fosse stato quell’adulto, però, forse non avrebbe fatto lo scrittore.
«O forse lo avrei fatto ugualmente, perché se pure avessi trovato una guida, non l’avrei ascoltata. Si cresce soltanto così».
Perché la ricerca delle origini è così in voga?
«Uno, la fine delle ideologie e dei sistemi di pensiero che nel ’900 ci radicavano, ci ha smarriti. E così andiamo a cercare la stazione di partenza. Due, è crollata l’illusione di una nostra autonomia dalla storia da cui arriviamo. Un libro come questo sta dentro questa temperie».
Il sangue conta?
«Certo. Noi eseguiamo dei compiti che ci sono stati assegnati. Io da piccolo non lo capivo profondamente, ma sentivo che c’erano delle cose che dovevo fare e delle mancanze che dovevo, se non riempire, comprendere. Voglio fare lo scrittore da quanto avevo otto anni, quando entrai a scuola in ritardo e tutti si alzarono e mi fecero un applauso perché il maestro stava leggendo un mio tema. Capii che quello era il talento che avevo. Che il mio compito era raccontare».
Se non avesse fatto lo scrittore, avrebbe aperto lo stesso la Penny Wirton?
«Forse sì, ma non l’avrei vissuta con questa intensità, perché la letteratura mi ha fatto riflettere in modo concreto sulla lingua, che non è solo un mezzo di comunicazione: è la casa del pensiero. Se non hai una lingua ben strutturata come molti dei nostri studenti quando arrivano da noi, sei un invalido spirituale perché non sei in grado di elaborare l’esperienza che hai avuto. E così era mio padre. Non si tratta solo di insegnare l’italiano, ma di costruire personalità, o meglio dare gli strumenti per farlo. Così, prima che letterato sono un operatore del terzo settore».
È per questo che lei non è uno scrittore di fantasia?
«Potrei esserlo, almeno tecnicamente, ma forse non riuscirei fino in fondo a sopportare l’elemento di convenzionalità che è necessario all’invenzione romanzesca».
Nel suo libro lei cerca continuamente la legittimità di ogni azione, di ogni parola. Ma lei è uno scrittore: non basta questo a legittimarla?
«Non nella mia poetica, che è quella della trasfigurazione stilistica, ed è la mia sola concessione al romanzesco inteso come invenzione: lo stile che porta in un modello di bellezza che non è di questo mondo, e che quindi è, appunto, invenzione. Ma la storia no: devo averla esperita per poterne parlare. Per scrivere di Don Milani, sono andato sulle sue tracce, per scrivere di nazismo in Campo di sangue, ho fatto Venezia-Auschwitz con mezzi di fortuna. Per scrivere di letteratura italiana in Peregrin d’amore sono andato nei luoghi degli scrittori: a Motta di Livenza dove è morto Italo Svevo, nei posti in cui Pavese non è mai stato ma di cui ha scritto ne La luna e i falò, sul monte ventoso alla ricerca di Petrarca. Credo nella comunione tra vivi e morti e sono un foscoliano, penso che la letteratura sia preposta al colloquio con i fantasmi. In quei posti trovavo sempre un campo magnetico che mi dava forza e ragione per scrivere. E ancora, soprattutto: la legittimità».
La libertà di espressione è vincolata alla legittimità?
«Certamente. La parola non deve essere libera, come ci inducono a credere i social network, ma incatenata all’esperienza. Non si può dire tutto. E chi dice una parola sbagliata e commette un danno, cosa che può succedere a ognuno di noi, deve essere pronto a pagare il risarcimento».
Lei è un pro woke.
«In fondo sì. E sono un antinovecentesco. Perché la cultura del ’900 ci ha educati alla libertà, allo smarrimento, all’ebrezza. Ci ha detto: noi possiamo fare tutto, noi siamo i migliori, siamo l’élite, siamo artisti e come artisti abbiamo diritto a cose precluse agli uomini comuni. Tutti i miei scrittori di riferimento sono contrari a questo, da Tolstoj a Fenoglio e Camus: loro hanno puntato sulla dimensione etica della letteratura».
Che serve a?
«A capire che Rousseau sbagliava: l’uomo nasce malvagio. Quindi dobbiamo costruire valori che ci consentano di dominare la nostra natura. La letteratura aiuta il processo, che è la civiltà sociale».
Cos’è una madre?
«Il pedale di acceleratore della natura. Colei che crea».
Un padre?
«Uno che impara il mestiere del genitore. Quando mio padre mi accarezzava, sentivo che non gli veniva naturale».
Un figlio?
«Uno che cerca sempre i suoi genitori, e continua a curarli anche quando non ci sono più. Parlo ai miei e me ne prendo cura, prendendomi cura dei miei studenti».
Lo fa anche per rimpianto?
«Avrei voluto parlare di più con mio padre, ma grazie a lui so che il mio trasporto nei confronti di questi ragazzi deriva dalla loro volontà di contrapposizione al destino avverso: la percepisco in loro come la percepivo in lui».
Qual è la prima cosa che trasmette ai suoi ragazzi?
«La fiducia. Assieme ai volontari, stringiamo con loro un patto di collaborazione, uno a uno. Le ragazze di seconda generazione, nate a Roma, ma figlie di africani o arabi, sono le più brave in questo. Quando un giovane di Dacca si vede arrivare davanti una sua coetanea che ha i tratti arabi ma è romana e gli parla in arabo, rimane estasiato».
Al futuro ci crede?
«Di più: lo amo. Una volta a una mia volontaria chiesi perché si insegna e mi rispose: per amore del futuro. L’ho usato per il titolo di un libro».
È arrabbiato con il nonno che abbandonò suo padre?
«No. La rabbia è facile. E la vita è imperfetta. Ho raccontato anche il padre di mia madre, un uomo esemplare, così come lo è stata mia madre, avventurosa e tosta, ma di lui sono andato a cercare anche le magagne, e le ho trovate. In fondo, è stato un sollievo».
Compito e talento coincidono?
«Io credo di sì».
Possiamo trascurarli?
«Certo. Però, prima o poi, una grande inquietudine ci viene a cercare».