Domenicale, 13 settembre 2026
Palazzeschi e la bellezza delle lettere
Anche se con l’andare degli anni qualche rimpianto è inevitabile, non siamo tra i nostalgici a oltranza, quelli che “Signora mia, che belli i tempi andati”. A maggior ragione non lo siamo quando ci capita di scorrere un carteggio del secolo scorso, come quello tra Aldo Palazzeschi e la giovane poetessa Maria Luisa Belleli, appena mandato in libreria dall’editore Manni per le cure di Anna Grazia D’Oria (Sotto il magico orologio. Carteggio 1935-1974, Manni, pagg. 176, € 18). Come si potrebbe rimpiangere il quinquennio di guerra, quando Palazzeschi si deve «abbaraccare un po’ alla meglio qui a Roma in mezzo a infinite difficoltà»? È il 1941, inizio novembre, prima di un inverno freddissimo in cui quella casa diventa «una vera Siberia». No, nonostante le modestie del presente c’è ben poco da rimpiangere di quei tempi, con la loro illibertà, i conflitti, le malattie, la fame. E tuttavia un aspetto bello c’era, e testimoniava della volontà di farcela: ed era proprio questa capacità di mantenere uno scambio epistolare anche nelle circostanze più avverse. Una reiterata manifestazione della fiducia nella parola scritta che oggi pare perfino commovente. Lo pensiamo tutte le volte che leggiamo una corrispondenza, e sempre la sensazione si rinnova.
Palazzeschi e la Belleli si conoscono nel 1934. Lui è già un autore affermato, lei una poetessa alle prime armi. Iniziano a scriversi allora, mantenendo l’abitudine fino alla morte del primo, quarant’anni dopo, senza mai abbandonare il lei, una forma di rispetto d’altri tempi che non dispiace in questi anni di tu indiscriminati, anche tra perfetti sconosciuti. Come sempre, lo scambio procede a fasi alterne, con frequenti pause; anche nell’intermittenza, è ricco di spunti curiosi, a volte sorprendenti. Per esempio, all’inizio del carteggio siamo in anni di splendida fecondità della poesia italiana, resa grande da decine di nomi che ancor oggi ricordiamo ammirati. E gli editori, felici di tanta grazia? Macché: ecco una lettera palazzeschiana di fine 1936 a smentire il luogo comune. «Lei saprà ormai che faccia fa un editore quando gli si propone un libro di poesia, cioè della cosa più alta e che dovrebbe essere al primo posto. Ahimè, è all’ultimo, precisamente... questi editori sono poco di buon umore in generale, e la poesia non è proprio l’argomento che li rallegra di più. Si vede proprio che i nostri tempi non sono poetici». In questo clima sfiduciato la Belleli vorrebbe esordire con Vallecchi; Palazzeschi la appoggia, tornando dopo un anno sconfitto con perdite: «Disgraziatamente i quattro volumi che la precedono non sono usciti ancora e il 37 è finito, e so che quello di Govoni, per esempio, aspetta da un numero d’anni che la carità di collega consiglia di tacere. Ho fatto notare questo fatto a Vallecchi, e mi ha risposto testualmente così: “Bambino, si fa quel che si può”». Ci pensano poi le leggi a impedire la pubblicazione: la Belleli è ebrea, se ne riparlerà dopo la guerra.
Se la vita spesso non è troppo generosa con i poeti, la possibilità di dialogare a distanza tra amici è una panacea. «Emozione e commozione sono le sole parole che posso usare e che del resto saranno certo più significative e gradite di altre per il Suo cuore di poeta e di amico», scrive lei. E lui: «Due baci a lei, sulla soglia dei settant’anni si può baciare chi si vuole senza paura: uno dei tanti benefici della vecchiaia». Anche gli incontri sono memorabili, come quello veneziano «sotto il magico orologio a Piazza San Marco» che dà il titolo al volume. Sullo sfondo, naturalmente, la vita letteraria. Lo scenario generale a tratti suggerisce considerazioni personali con valore metodologico. «Muoio dannato per il fatto che il dolore debba essere ad ispirarci poesia, e la gioia di vivere dove è andata a finire?» Certo, parla il poeta del “Lasciatemi divertire”; e sì, nella stesura rapida della corrispondenza la forma non è levigata, tutt’altro. Però, a pensarci bene, forse è proprio quella velocità permessa dalla confidenza che consente questi squarci; ed eccola qui, la nostalgia per un tempo in cui ci si scriveva a mano, con la fretta di esprimere i sentimenti a fondo e senza orpelli.