Domenicale, 13 settembre 2026
Boccaccio da sufolare online
Che cosa sarà una cetera di sagginali? Chi è mai un laudese? E quale cosa ripugnante potrà essere un gavocciolo? Un sito dal nome allusivo, VocaBo (vocabo.org) permette da qualche tempo di esplorare il Decameron e le altre opere di Giovanni Boccaccio come una cava lessicale: cioè di cercare singole parole nell’opera del grande narratore di Certaldo, e di navigarle in rete. Attualmente, le voci inserite sono 445, da abbicì (i caratteri dell’alfabeto, che s’insegnavano a volte incidendoli su un frutto offerto ai bambini, pratica di cui si parla nella novella 9 della giornata VIII a proposito di una persona particolarmente sciocca) a zufolare (o meglio sufolare: questa è la forma attestata tre volte nel manoscritto autografo del novelliere, il celebre Hamilton 90 della Biblioteca di Stato di Berlino). È idealmente il primo miglio di una scalata che arriverà a coprire tutti 6550 lemmi contenuti nel capolavoro delle cento novelle, più quelli che si aggiungono considerando le altre opere dello stesso autore. Diretto dalla storica della lingua italiana Giovanna Frosini, il Vocabolario di Boccaccio online ha una sorta di manuale d’istruzioni in un volume uscito da Carocci a cura della stessa Frosini e dedicato a quell’opera capitale: Il lessico del Decameron è una raccolta di studi rivolti a un tesoro lessicale grazie al quale l’italiano costruì la propria capacità di raccontare – e di raccontarsi – in prosa nella seconda metà del Trecento, cioè negli stessi anni in cui, grazie a Petrarca, andava consolidando e canonizzando le sue potenzialità in poesia.
Poco importa che la forza modellizzante del Decameron come deposito di parole e di forme sia stata forse meno vincolante rispetto al Canzoniere per i poeti. È un fatto che già i primi vocabolari della lingua italiana, realizzati in epoca rinascimentale ruotavano attorno al Boccaccio e alle parole del Decameron come a punti di riferimento per la costruzione della lingua comune: così fu per le Tre Fontane stampate nel 1526 da Niccolò Liburnio (Boccaccio era appunto una delle tre, le altre due essendo naturalmente Dante e, appunto, Petrarca). E così sarà ancora per il Vocabolario della Crusca, attento alla dichiarata e quasi esibita fiorentinità del Boccaccio (che pure, a dire il vero, era nativo di quello che i fiorentini chiamano contado).
L’accoppiamento di un libro e di un sito internet è al giorno d’oggi sempre più giudizioso, tanto più per un vocabolario, cioè per una raccolta di parole. Il dizionario di carta è in effetti, purtroppo, un prodotto quasi marginale, simile ad oggetti ormai estinti come gli elenchi telefonici o gli stradari (chi si ricorda che cos’erano?), cioè ai volumi che un tempo si trovavano anche nelle case di chi non leggeva. Chi cerca le parole, oggi, lo fa prima di tutto nella rete. Ma può avere bisogno della guida sicura di un libro.
Sebbene boccaccesco e boccaccevole (due parole ovviamente assenti in questi repertori) siano aggettivi che in una parte del pubblico richiamano soprattutto gli ambiti più lubrichi del vocabolario, in questo Lessico del Decameron non c’è quasi spazio per simili aspetti (sono i soliti peccato mortaio e imbeccato pestello che tutti conoscono): quello di Boccaccio è, in effetti, un libro-mondo in cui si rispecchiano in realtà tutti i versanti della vita, dai più nobili ai più umili, attraverso una grande varietà di sfumature e di dettagli. Dalla fortuna (accostata all’omonima ventura) alla magnanimità e magnificenza (protagoniste della solenne decima giornata, di cui si occupa qui Andrea Felici) fino alle fumose camminate (nel senso di ‘ambienti dotati di focolari’), ai chiassetti (gli spazi angusti tra gli edifici, destinati alle latrine) coi loro tavolati, pareti e muri (è il lessico della casa, di cui parla Sara di Giovannantonio).
Quel che è più interessante (e invitano a farlo i due robusti saggi iniziali di Cosimo Burgassi e di Elisa Guadagnini) è misurare e apprezzare quanta parte del lessico di Boccaccio si sia trasmesso intatto fino a noi. Pagine e pagine del vocabolario online scorrono in effetti attraverso parole familiarissime, da ballare a bizzarro, da fiumicello a zenzero. Ma molto si è anche rimescolato nei secoli: parole comunissime nel fiorentino del Trecento (come consentimento, che equivaleva all’odierno consenso) sono rare nell’italiano di oggi (chi usa ancora menare nel senso di ‘condurre’?); e parole allora peregrine (come evitare, che Boccaccio usa solo in latino, mentre in volgare ricorre al comune schifare) sono oggi di uso quotidiano. Alcuni termini usuali hanno completamente cambiato di significato (come popolino, che per noi è solo un diminutivo-dispregiativo di popolo, mentre ai tempi di Boccaccio era il nome del fiorino d’argento), e altri che a noi sembrano indispensabili si scoprono assenti dall’orizzonte lessicale di quei tempi. Capita, ad esempio, nel caso di profumo, parola che, osservano Burgassi e Guadagnini, «nell’italiano medievale è assente», sicché «la famiglia di profumare, che appartiene oggi al vocabolario di base (…) non ha attestazioni precedenti la fine del XV secolo». Ai tempi di Boccaccio, e quindi nel Decameron, le camere degli amanti olivano (voce del verbo olire, ‘profumare’ appunto, dal latino olere), e di una sostanza si poteva dire che era odorifera, come certi unguenti di cui si parla nel Corbaccio. Più che mere curiosità, sono sintomi di come cambia una lingua.