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 2026  settembre 16 Mercoledì calendario

Aquile, corvi e avvoltoi: il destino dannato della Lazio

Nei suoi 126 anni di storia, la Società Sportiva Lazio non si è negata nulla: un morto in curva (Vincenzo Paparelli) ucciso da un razzo sparato dalla curva Sud nel derby giocato il 28 ottobre 1979; un calciatore (Luciano Re Cecconi) ucciso il 18 gennaio 1977 da un gioielliere nello scherzo tragico della simulazione di una rapina; scandali scommesse costati una retrocessione in Serie B e penalizzazioni pesanti; morti premature come quella del tecnico del primo scudetto (Tommaso Maestrelli) e del giocatore-regista di quell’impresa (Mario Frustalupi); spareggi drammatici come quello contro il Campobasso (5 luglio 1987) per evitare la caduta in serie C, infiltrazioni della malavita ad altissimo livello attraverso i capi del tifo (Fabrizio Piscitelli, ribattezzato Diabolik, ucciso in un’esecuzione il 7 agosto 2019 al Parco degli Acquedotti a Roma), ripetuti tentativi opachi di prendere il controllo della società da parte di personaggi collusi con il mondo delle mafie. Ora, un nuovo capitolo, con l’apertura dell’indagine avviata dalla Procura di Roma su un presunto complotto per alterare le quotazioni del titolo in Borsa e spingere Claudio Lotito a cedere il pacchetto di maggioranza del club.
È stato il presidente e senatore di Forza Italia a denunciare una serie di episodi iniziati nel giugno 2024, in cui il focus dell’inchiesta è la diffusione di notizie, rivelatesi finora infondate, sulla presunta esistenza di soggetti interessati all’acquisto della Lazio. La divulgazione sarebbe avvenuta attraverso i social network, la testata online Millenovecento e il quotidiano Il Tempo, di cui il faccendiere Luigi Bisignani è collaboratore. La news più clamorosa è stata la presunta offerta di 450 milioni da parte di JP Morgan, banca di affari statunitense. Non è chiaro chi siano i reali registi di questa storia, ma è solare l’obiettivo: costringere Lotito, proprietario della Lazio dal 2004 e nei confronti del quale il tifo ha avviato da mesi una protesta che ha portato a disertare in massa lo stadio, a farsi da parte.
Nella quotidianità di una nazione disgraziata, in cui anche l’anormale all’ennesima potenza diventa normale, è stato registrato senza battere ciglio l’attacco a Lotito da parte del presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca: “Mi sento offeso da tifoso per la sua gestione”. Il governatore è indipendente, con un passato nel Fronte della Gioventù (l’organizzazione giovanile del fu Movimento Sociale) ed è in quota Fratelli d’Italia. È già anomalo che un presidente della Regione entri a gamba tesa in una vicenda calcistica, ma qui si va oltre l’immaginabile: Lotito è stato attaccato da un compagno di squadra del partito di maggioranza. Una faida interna, nella quale sicuramente ha un peso la raccolta di firme avviata da Lotito a marzo per sostituire Maurizio Gasparri come capogruppo di Forza Italia.
Il governatore Rocca ha poi posto una questione che svela in parte le ragioni degli attacchi al senatore di Forza Italia: può il doppio incarico di Lotito, presidente della Lazio ed esponente politico, creare problemi seri al consenso elettorale? È una delle chiavi (non l’unica, sia chiaro) dell’ultimo capitolo della saga biancoceleste. Una vicenda nella quale la politica incalza il presidente di un club perché le sue disavventure con il tifo possono incidere nelle delicatissime questioni legate al voto. In questo quadro, la questione Lazio-Lotito ha, inevitabilmente, una sua logica. Senza dimenticare, per dovere di cronaca, che fu la stessa politica a favorire l’acquisizione del club da parte di Lotito, nel 2004, per scongiurare il fallimento dopo i guai di Sergio Cragnotti. Il quale, dopo aver governato la Lazio conquistando una serie importante di trofei (scudetto 1999-2000, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa europea i titoli più importanti), stava trascinando il club nel crac delle sue aziende. La memoria del tifo è corta, o semplicemente parziale: il popolo laziale è ancora devoto a Cragnotti, presente in tribuna in occasione del match contro il Milan, nonostante il fallimento sfiorato e nonostante aver concesso visibilità – e opportunità di business – ai grandi capi del tifo, tra i quali il famoso Diabolik.
Il dissenso del popolo biancoceleste contro l’attuale presidente si sta esprimendo nella civilissima forma di disertare lo stadio, ma viene cavalcato da chi, da anni, sta tramando contro Lotito. Il quale, sia chiaro, non è una verginella. La Lazio ha favorito la sua ascesa e il suo attacco nei confronti del popolo biancoceleste ha solo contribuito ad alimentare l’incendio. La Lazio è un bel boccone: secondo l’edizione 2025/26 della ricerca condotta da StageUp, in partnership con Ipsos Doxa, vanta l’ottava tifoseria d’Italia, con 633mila sostenitori, in calo però del 2,5% rispetto all’anno precedente. Il club, almeno secondo le ultime dichiarazioni di Lotito, coltiva il progetto di un nuovo stadio e occupa, insieme alla Roma, il palcoscenico calcistico della capitale. La Lazio conferisce prestigio, visibilità e formidabili opportunità di concludere affari: prima dell’acquisizione della squadra, Lotito era un perfetto sconosciuto. E così, mentre i tifosi disertano l’Olimpico, con indubbia passione, coerenza e tenacia, attorno al club si sta consumando l’ennesima battaglia sporca, in cui regna lo sgradevole odore di una partita che va ben oltre il calcio. Una maledizione, nel segno della storia laziale.