il venerdì, 11 settembre 2026
Pechino addio, perché i giovani lasciano la capitale cinese
Yu Wei sta facendo le valigie per trasferirsi a Shenzhen. Zhou Daifu, assieme al marito, ha preferito invece Dali, nello Yunnan. Come loro, milioni di altri ragazzi. Bái bái Beijing, addio Pechino. Nella capitale cinese si è quasi dimezzato il numero di giovani, tra i 20 e i 29 anni, nell’ultimo decennio. Si è passati da 4,6 milioni a 2,5 milioni. Un esodo dovuto a meno opportunità lavorative in certi settori qualificati, ai prezzi delle case alle stelle, al costo della vita elevato, al rigidissimo sistema dell’hukou (permesso di residenza che dà accesso a tutta una serie di servizi, dall’istruzione alla previdenza sociale), e a una gestione sempre più controllata degli spazi urbani da parte delle autorità. Il fenomeno non è nuovo, ma le conseguenze ora stanno diventando evidenti agli occhi di tutti. Da dieci anni, in media, Pechino – megalopoli da 22 milioni di abitanti, che per decenni ha attirato studenti, imprenditori e lavoratori migranti alla ricerca di opportunità – perde 210 mila giovani all’anno. Crescono invece in città gli over sessanta: sono passati dai 3,4 milioni di un decennio fa ai 5,1 milioni di oggi.
L’indice di infelicità
Yu Wei ha 25 anni. Prima di lasciarla, qualche tempo fa, ha vissuto a Pechino per sette anni. «Una città che ormai è bloccata», racconta al Venerdì. «In un ipotetico indice della felicità, Pechino non otterrebbe certo un punteggio molto alto tra i giovani come me. Mi è venuta l’idea di trasferirmi a Shenzhen dopo esserci andata per un viaggio di lavoro: all’epoca appena arrivata pensai: “Caspita, questa città è così giovane!”. Pechino è molto bloccata, mentre Shenzhen pullula di ragazzi, ha sia le montagne che il mare, l’ambiente è piacevole ed è anche estremamente facile ottenere l’hukou. Il controllo generale qui a Pechino è rigido e anche il costo della vita è elevato. Lo stipendio che prendevo lì sarà più o meno lo stesso che prenderò a Shenzhen, ma il prezzo delle case qui è molto più basso». Yu è laureata in Economia e Gestione aziendale: nella capitale lavorava in una società che forniva servizi e consulenze alle imprese, mentre nella città-capitale tecnologica del Sud ha trovato un impiego in un’azienda di dispositivi medici. «Non credo che a Pechino manchino le opportunità, ma il governo non adotta nessuna misura per impedire ai giovani laureati di andarsene. I sussidi per i talenti sono scarsi. Sono in pochi a sentirsi felici: le condizioni abitative sono pessime, il cibo è scadente, gli spostamenti non sono comodi. La maggior parte delle persone che ho conosciuto a Pechino se n’è andata o se ne sta andando. Molti dei miei compagni di università si sono trasferiti a Shanghai, Canton, Shenzhen, Hangzhou. Pensaci un attimo: quanto è difficile costruirsi una vita a Pechino? Prima devi risolvere il problema dell’hukou, poi quello dell’istruzione per i tuoi figli, questo significa che devi comprare una casa nel distretto dove si trova la scuola: te lo puoi permettere?».
Il grande Fratello
Zhou Daifu, che ha già superato i trenta, la scelta di lasciare Pechino l’ha fatta un anno e mezzo fa. Designer di prodotti culturali, aveva un suo studio qui in città. Assieme al marito, impresario musicale, ha spostato la sua attività online. Ora vive a Dali, nella provincia cinese dello Yunnan, meta negli ultimi anni di sempre più giovani alla ricerca di una vita più rilassata rispetto alle stressanti megalopoli del resto del Paese. «Ci sono fasi della vita durante le quali si lavora molto duramente. In questa fase voglio invece vivere più a contatto con la natura e in un ambiente rilassante. Pechino non poteva offrirmi tutto questo. Abbiamo scelto Dali per via del clima, qui c’è molto sole, e del costo della vita vantaggioso. Vorrei che ci fossimo trasferiti prima». La designer racconta anche di molti amici musicisti che senza andare via del tutto dall’area, si sono comunque trasferiti dal centro di Pechino alle periferie della città. «Ormai in centro molte delle attività che vorrebbero svolgere sono limitate a causa dei costi proibitivi. Allora si spostano verso le montagne, dove con duemila yuan al mese (l’equivalente di 260 euro) si riesce a prendere un bilocale in affitto».Tema sensibile per il Partito. I giornali cinesi che hanno affrontato la questione della fuga dei giovani dalla capitale lo hanno fatto adottando formule contorte per non finire nei guai.
Sull’argomento ha scritto pure Wang Mingyuan, ricercatore del Centro sulla riforma e lo sviluppo. Perché Pechino ha sempre più difficoltà a trattenere i giovani? è il titolo dell’articolo che ha pubblicato qualche tempo fa. Trovarlo però non è semplice: è sparito in tempi rapidi dalla pagina del Centro, grazie all’opera dei solerti censori di Stato. I quali però non sono riusciti a impedire che il sito China Digital Times ne archiviasse una copia: quella che abbiamo consultato noi. “La capacità di attrarre i giovani e di incoraggiarli a stabilirsi è uno dei segnali della vitalità di una città: i ragazzi sono la base del futuro capitale umano di tutti i settori economici di una città”, scriveva Wang, suggerendo che la capitale cinese sta perdendo questa preziosa capacità. “Oggi il numero di giovani a Pechino è di gran lunga inferiore rispetto a quello di molte altre città”. Tra le cause di questo declino lo studioso indica in primo luogo il rallentamento della crescita dell’innovazione tecnologica e dei servizi, che ha ridotto le opportunità di crescita per i giovani. “Negli ultimi dieci anni, a causa degli elevati costi per avviare un’impresa, oltre che per effetto delle politiche di regolamentazione e orientamento industriale, la dimensione dell’ecosistema dell’innovazione tecnologica di Pechino si è notevolmente ridotta”. Al secondo posto ci sono i prezzi degli immobili e il costo della vita. “L’anticipo medio necessario per acquistare una casa è arrivato ad almeno tre milioni di yuan (385 mila euro, ndr), mentre il mutuo mensile può raggiungere dieci o anche ventimila yuan: una soglia che quasi nessuna famiglia può permettersi”. Terzo: il sistema dell’hukou, che è come un piccolo passaporto, legato alla località in cui è registrata la famiglia e vincola alcune forme di welfare a quella località: trasferirlo nel luogo in cui si vive o si lavora richiede il rispetto di requisiti molto rigidi. “In passato sia Pechino che Shanghai assegnavano ogni anno circa 100-120 mila permessi di residenza. Negli ultimi anni Shanghai ha aumentato questo numero fino a 300mila: Pechino invece è rimasta sugli stessi livelli”.
Ordine e perfezione
Wang non risparmia neppure la politica. La leadership comunista, soprattutto nell’ultima ventina d’anni, ha spinto per creare una capitale ordinata e perfetta – anche a suon di sgomberi forzati e demolizioni – che rischia di perdere però una parte della propria anima. “La gestione urbana sempre più rigida e la crescente presenza dell’intervento amministrativo negli spazi sociali pubblici hanno contribuito a ridurre l’attrattiva della città. Chiedo spesso ai miei amici quale Pechino hanno amato di più: tutti rispondono quella degli anni Novanta e dell’inizio dei Duemila. Non era né così pulita né così moderna come oggi. Ma i cancelli delle università, ad esempio, erano aperti: chiunque poteva entrare a respirare cultura. Bastava frequentare le librerie per trovare un’infinità di conferenze. Zone come Wudaokou e Sanlitun avevano uno spirito multiculturale. Pechino era piena di una straordinaria energia: c’era libertà di esprimere idee e sembrava possibile realizzare ogni tipo di sogno”. Tutta un’altra storia rispetto alla città di oggi.