repubblica.it, 16 settembre 2026
Il Kennedy Center chiude. Trump: “Ristrutturazione solo se c’è il mio nome”
Un infuriato Donald Trump è intervenuto per telefono durante la riunione del consiglio di amministrazione del Kennedy Center, aggredendo verbalmente la consigliera e deputata democratica Joyce Beatty. La telefonata è arrivata poco prima che il consiglio, formato in gran parte da membri scelti dallo stesso Trump, votasse la chiusura a tempo indeterminato del centro, ufficialmente per consentire lavori di ristrutturazione, e poco dopo che un giudice federale aveva impedito al presidente di mettere il proprio nome sull’edificio o di ribattezzare, come soluzione alternativa, la piazza che si trova di fronte.
Trump viene descritto come fuori controllo in questa battaglia legale per vedere il proprio nome sulla facciata di una delle istituzioni culturali più importanti d’America, ma che da quando lui ne ha assunto la guida sta vivendo un crollo verticale: il pubblico si è allontanato e gli artisti si sono rifiutati di esibirsi. Su Truth il presidente è stato chiaro: «I lavori di ristrutturazione non partiranno a meno che una corte d’appello o la Corte Suprema non avallino il mio nome sulla facciata». Dieci giorni fa una parte dell’intonaco del soffitto nel Grand Foyer è precipitata quando, per fortuna, non c’era sotto nessuno. Secondo alcuni esperti, Trump e i consiglieri starebbe esagerando i problemi strutturali per giustificare la chiusura e il ricatto del nome.
Un membro del consiglio, rimasto anonimo, ha definito alla Cnn la telefonata di Trump «assolutamente folle», mentre un altro ha raccontato che il presidente ha urlato per tutta la durata della conversazione. Beatty, coinvolta nella battaglia legale per impedire che il nome di Trump venga apposto sull’edificio, gli ha risposto, ricordandogli che le sue iniziative hanno lasciato il centro sommerso dai debiti.
Così, poche ore dopo la decisione del tribunale Trump ha scritto su Truth che l’edificio sarebbe stato chiuso «immediatamente», ma che «la ristrutturazione e la ricostruzione, un intervento molto ampio e complesso, non possono iniziare fino a quando la Corte d’Appello del Circuito di Washington non si sarà pronunciata sul nome approvato dal consiglio». Trump ha affermato di aver già raccolto 17 milioni di dollari da destinare al centro, ma il pressing non ha cambiato la storia. Il tribunale ha confermato il giudizio di altre corti, secondo cui per apportare le modifiche è necessaria l’approvazione del Congresso, controllato, tra l’altro, dal partito del presidente.