repubblica.it, 16 settembre 2026
Hashim Thaci condannato a 25 anni per crimini di guerra
Venticinque anni per crimini di guerra fra cui torture, omicidi, detenzioni arbitrarie, trattamenti inumani e degradanti. Nonostante cadano alcune delle accuse contestate, arriva una condanna pesantissima per l’ex leader dell’Uck e ex presidente del Kosovo Hashim Thaci. Le Camere speciali per il Kosovo, al termine di un processo durato più di tre anni, lo hanno riconosciuto colpevole al pari di tre dei suoi comandanti di fiducia Kadri Veseli (18 anni), Jakup Krasniqi (25 anni) e Rexhep Selimi (13 anni). “Questa non è una sentenza sul movimento di liberazione del Kosovo, nè un tentativo di riscrivere la storia”, ha detto il presidente del Tribunale in apertura di udienza, invitando tutti a mantenere la calma e un comportamento consono in aula. Ma fuori già si teme l’esplosione di rabbia e le possibili violenze in Kosovo e non solo. A Pristina, le migliaia di persone riunite in piazza fin da stanotte, hanno dato il via a una marcia di protesta.
Una vigilia tesa
Migliaia di persone in presidio a Pristina arrivate non solo da tutto il Kosovo, ma anche da Albania e Macedonia del Nord. Un maxischermo nella piazza principale della città. Le comunità serbe che chiedono vigilanza e protezione alle missioni internazionali Eulex e Kfor, mentre anche l’Aia è costretta a blindarsi per timore di scontri.
Già alla vigilia del verdetto la tensione era alle stelle. E le ferite mai cicatrizzate della guerra dei Balcani, evidenti poche settimane fa con il funerale di Ratko Mladic in Serbia, tornano a sanguinare, con possibili conseguenze non solo nel Paese, ma in tutta la regione.
Contro Thaçi, ex leader dell’Uck e ex presidente e premier del Kosovo, e i suoi tre comandanti di fiducia Kadri Veseli, Jakup Krasniqi e Rexhep Selimi, le accuse dei procuratori, che avevano chiesto 45 anni di carcere, sono pesanti. Fra i reati contestati: 102 omicidi, sparizioni forzate, deportazioni, torture, detenzioni arbitrarie e trattamenti inumani e degradanti, crimini di guerra e contro l’umanità commessi contro le minoranze serbe, le comunità rom e gli albanesi bollati come “collaborazionisti” per essersi rifiutati di unirsi ai massacri.
Accuse ricostruite in dettaglio attraverso più di 125 testimonianze, formalizzate in aula tra imponenti misure di protezione. Diverse persone sono state avvicinate, minacciate e intimidite prima dell’audizione, che a Thaçi sono costate un altro procedimenti per intralcio alla giustizia e una richiesta di condanna a 6 anni.
Thaçi: “Mi aspetto di essere assolto”
“Sono innocente e mi aspetto di essere riconosciuto come tale”, aveva detto in aula. L’Uck, aveva sostenuto Thaçi e dopo di lui avevano argomentato i suoi legali, non avrebbe mai avuto una rigida struttura gerarchica, dunque a loro parere non ci sarebbe stato modo di dimostrare che quei crimini fossero stati ordinati da lui. “Mi aspetto di essere assolto” aveva affermato di recente durante un’intervista alla tv kosovara RTV Dukagjini, attaccando duramente la procura, a suo dire colpevole di aver dato credito a “false accuse fabbricate dal regime di Slobodan Milosevic”.
Ma alla base del processo c’è il lavoro di una task force dell’UE sulla base di un rapporto di Dick Marty per il Consiglio d’Europa e le Camere specializzate per il Kosovo. Istituite dopo lo scioglimento del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, sono una sorta di tribunale ibrido creato secondo il diritto kosovaro nel 2015, ma finanziato dall’UE e con giudici internazionali. Lo stesso Thaçi ne aveva accettato l’istituzione, salvo poi di recente parlare di “brutale strumentalizzazione” del personale kosovaro che strutturalmente ci lavora.
Destra e sinistra kosovare schierate a difesa di Thaçi
Un’opinione condivisa, non solo a Pristina ma anche in Albania e fra le comunità albanesi in Montenegro, tutte pronte a mobilitarsi – avevano promesso durante cortei e presidi nelle scorse settimane – in caso di condanna. “Una decisione ingiusta è una punizione per il Kosovo, e noi non accettiamo l’ingiustizia”, aveva tuonato durante l’ultima manifestazione di sabato Bedri Hamza, leader del Partito Democratico del Kosovo (PDK), ex ala politica dell’Uck, oggi fra i principali partiti della destra nazionalista, arringando la folla. Ardian Gjini dell’Alleanza per il Futuro del Kosovo (AAK), sempre di centrodestra, aveva addirittura dato pubblico credito alla tesi secondo cui, nel dicembre ’98, i serbi avrebbero “ucciso i propri figli per dare la colpa agli albanesi”.
Ma non è una questione di orientamento politico: anche il premier Kurti, proprio in questi giorni confermato alla guida dell’esecutivo dopo l’ennesima crisi di governo, è un ferreo sostenitore dell’innocenza di Thaçi. “In Kosovo sono stati commessi crimini di guerra e crimini contro l’umanità, ed è stato perpetrato un genocidio ai danni della popolazione civile albanese. Nessun tribunale può infangare la guerra dell’UCK”, aveva dichiarato in Parlamento. “Per noi, tutto è chiaro: la nostra resistenza e la nostra guerra sono state giuste, di liberazione e contro un occupante”.
Una comunità lacerata
È opinione comune fra la gente, nelle città e nelle province a maggioranza albanese, dove tutti o quasi hanno un parente o un conoscente che nella guerra fratricida degli anni Novanta ha combattuto o è morto. È timore crescente in paesi e enclaves a maggioranza serba, che temono violenze e ritorsioni tanto da aver chiesto formalmente la tutela delle missioni Eulex e Kfor, ancora schierate e operative nell’area. “Ci aspettiamo che le missioni internazionali dimostrino, attraverso azioni tempestive e responsabili, di essere pronte a svolgere il mandato loro affidato e a garantire la sicurezza di tutti i cittadini, soprattutto in contesti sensibili e misti”, aveva fatto sapere nei giorni scorsi la Srpska Lista, il maggiore partito della comunità serba del Kosovo. Preoccupazioni non peregrine e dichiarazioni che non appaiono di prammatica. Anche l’ambasciata Usa ha lanciato l’allarme sulle manifestazioni in programma, probabilmente di massa e dall’esito incerto. Eccoli i fantasmi dei Balcani, che tornano a condizionare un presente che con le ferite degli anni non ha mai fatto i conti.
La sentenza che può infiammare i Balcani
"La sentenza rappresenta un evento di portata epocale”, ha spiegato a Reuters Agon Maliqi, dello Europe Center del think tank Atlantic Council. “L’esito – aggiunge – avrà anche un impatto immediato sulle relazioni etniche, già tese, all’interno del Kosovo: gli animi saranno agitati e le forze radicali, inclusi attori esterni, potrebbero essere incentivate ad alimentare le tensioni”. E non solo all’interno del Paese.
In Albania, anche territorialmente chiamata in causa nel processo perché due dei campi di detenzione in cui sono stati commessi molti degli abusi contestati sono situati nel Nord del Paese, centrodestra e centrosinistra sono compatti nel sostegno all’Uck e nel suo leader. Ma per il premier Rama, che mai come negli ultimi mesi ha tuonato contro i giudici dell’Aia, una ritrovata comunità di intenti con i nazionalisti di destra potrebbe essere boccata d’ossigeno per arginare la crisi verticale di popolarità e consensi.
Un asso per Vucic
In Serbia, dove il fantasma di Mladic è diventato attore determinante nella campagna elettorale per le parlamentari di ottobre, paradossalmente il verdetto rischia di essere in ogni caso un volano per Vucic, che da mesi è tornato a sollevare con sempre maggiore insistenza la tesi cara ai nazionalisti, secondo cui la Serbia sarebbe stata scelta come capro espiatorio dei crimini commessi nei Balcani negli anni Novanta. Eventuali tensioni al confine con il Kosovo o violenze contro le minoranze serbe in caso di condanna, non sarebbero altro che nuova benzina per la sua macchina di propaganda che punta a recuperare il consenso dei settori più duri del nazionalismo. Un ginepraio in cui gli studenti, che ieri hanno depositato le proprie liste, non è detto che si sappiano districare.
Lo scontro nel cuore dell’Europa
E anche l’Aia si è blindata. In città si sono dati appuntamento non solo nazionalisti e sostenitori dell’Uck del suo leader provenienti dal Kosovo, come da Albania e Macedonia del nord, ma anche molti albanesi della diaspora. La riunione con gli specialisti delle Camere delle ong balcaniche che lavorano sul processo di pace è stata rinviata per motivi di sicurezza. A Balkan Insight, Angela Griep, portavoce del tribunale, ha dichiarato “le Camere stanno adottando tutte le misure di sicurezza necessarie nell’ambito delle proprie competenze e responsabilità, tenendo conto anche delle possibili proteste annunciate”.