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 2026  settembre 16 Mercoledì calendario

Larissa Iapichino parla di sé e della sua carriera

«Mi dispiace non poter fare un Mondiale in casa. Era un’ottima candidatura, per la città, e come riconoscimento per l’atletica italiana», dice Larissa Iapichino, ospite alla sede milanese di Red Bull, suo sponsor.
Sono state scelte Nairobi e Monaco di Baviera.
«A Monaco ho gareggiato, è bellissima, ha grande cultura sportiva. Quanto a Nairobi, è giusto portare grandi eventi in nazioni che di solito non li ospitano. Spero di esserci!».
Lunedì sera intanto era a San Siro e ha visto otto gol.
«Inter e Udinese ci hanno fatto divertire. L’unico sport di cui sono davvero esperta è il salto in lungo, ma ho idoli in tanti altri, da Roger Federer a Vanessa Ferrari nella ginnastica, fino a Usain Bolt. L’ho conosciuto pochi giorni fa. Ero pietrificata dall’emozione. Non chiedo mai foto a nessuno, ma con lui ci tenevo troppo».
Fuori dallo sport, c’è una figura che la ispira?
«Sono cresciuta accanto a donne forti: mia mamma, le mie nonne, la mia tata e la sua famiglia».
 
Un’altra comunità che la ha sostenuta è quella dei campioni italiani nelle varie discipline.
«Ci conosciamo e facciamo il tifo l’uno per l’altro. Penso a Curtis, Sinner, Berrettini, la stessa Ferrari. Anche nell’atletica abbiamo un magnifico gruppo».
Jacobs sui social è «crazy long jumper», ma non salta più. Le piacerebbe rivederlo nel lungo?
«Certo. È stato un grande lunghista. Se nasci saltatore lo sei per sempre. Quando non salti, arriva a mancarti persino la maledetta sabbia».
Lei cambierebbe mai sport?
«Non farei uno sport di squadra: sono abituata a prendermi tutta la responsabilità. Al massimo tornerei alla corsa a ostacoli, mio primo amore».
In allenamento come chiama suo padre Gianni, che è anche il suo coach?
«Sempre babbo, anche sotto pressione. Lui mi chiama Lari, ma quando è arrabbiato passa a Larissa. Insieme abbiamo strutturato il lavoro e riequilibrato la forza fra le gambe, potenziando la destra, con cui salto. E faccio fisioterapia preventiva».
Qual è il suo prossimo esame all’università?
«Diritto penale. Non vedo l’ora. Sono una fan dei podcast crime, a partire da Elisa True Crime. Ma seguo anche quello di J-Ax e Nova Lectio, che mi insegna cose nuove».
Cosa hanno in comune sport e studio?
«Un esame è una performance: davanti al professore scatta l’agonista. Servono disciplina e organizzazione. Ed è importante il riposo, anche mentale. Però da anni non ho più un mental coach».
Quest’anno: argento mondiale indoor, record italiano con 7,12, Europeo outdoor e Ultimate Championship. Il prossimo passo?
«Due anni impegnativi fino alle Olimpiadi 2028. Bisognerà dosarsi per arrivare ai Giochi nella miglior condizione».
A Budapest ha vinto 150mila euro. Ha già deciso come spenderli?
«Ho una wishlist, ma poi i soldi li tengo da parte».

L’atletica cerca formule più snelle e spettacolari. Lei però è contraria a misurare il lungo dal punto di stacco. Qual è il giusto equilibrio fra innovazione e tradizione?
«Non bisogna intervenire sul gesto. Il lungo è velocità, potenza e precisione: se togli la precisione non è più salto in lungo. Si può lavorare sul format».
Come vive la notorietà?
«Sono nata timida. Sono migliorata, ma mi fa ancora strano essere riconosciuta. Con gli anni ho superato tante paure, fra cui quella per le mie stesse capacità. Mi frenava il non voler essere “troppo”. Poi ho pensato: troppo per chi?».
E una paura che ha ancora?
«I serpenti!».

Come si immagina dopo lo sport?
«Avvocata. Mi piacerebbe continuare a lavorare nello sport: averlo vissuto da atleta potrebbe essermi utile».