corriere.it, 16 settembre 2026
Fed, perché sui tassi si prepara lo scontro tra Trump e Warsh e cosa significherebbe il denaro più costoso
Oggi quando sarà l’ora di cena in Italia il (quasi) nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, dovrebbe annunciare il primo aumento dei tassi da oltre tre anni. Sarebbe una misura dovuta sul piano del merito, con gli Stati Uniti piuttosto vicini alla piena occupazione e l’inflazione sopra agli obiettivi della banca centrale da oltre cinque anni che torna di nuovo a salire non molto sotto al 4% annuale.
Il contrasto di Trump
Sul piano dei fatti, dunque, non dovrebbero esserci discussioni. Ma con Donald Trump alla Casa Bianca ci sono fatti e fatti: quelli della realtà, là fuori dalle finestre dello Studio Ovale, e poi quelli della percezione politica del presidente degli Stati Uniti. E alzare i tassi d’interesse seppure di poco, dunque rendere il credito a famiglie, imprese e fondi d’investimento più costoso e magari più scarso, cade esattamente al centro del vasto portafoglio delle scelte che Trump detesta. La detesta così tanto che il tycoon aveva maltrattato il precedente leader della Fed Jay Powell e cercato di cacciare una delle sue alleate nel vertice della banca centrale, Lisa Cook, esattamente perché Powell si rifiutava di ridurre il costo del denaro con l’inflazione ancora fuori dai binari.
L’inflazione e la guerra all’Iran
Warsh nei mesi scorsi era riuscito a sedurre Trump e vincere la nomina alla Fed facendo capire che, grazie all’AI e al presunto crollo dei prezzi grazie all’efficienza generata dalla tecnologia, si sarebbe potuto evitare di alzare i tassi d’interesse. Al contrario, l’intelligenza artificiale e le altre innovazioni avrebbero fatto scendere i prezzi così facilmente che c’era spazio per ammorbidire la politica monetaria.
Per ora, non è andata così. L’inflazione negli Stati Uniti viaggia al 3,7%, in aumento a causa del fallimento della guerra all’Iran. Warsh in luglio aveva cercato di prendere tempo ma, vista la reazione avversa del mercato, da fine agosto ha iniziato a far capire che la Fed non può più restare alla finestra.
Niente di tutto questo ha convinto Trump: il presidente continua a dire che Warsh deve tagliare i tassi, non alzarli. I mercati invece dicono che al 90% li alzerà, anche se si tratta di una mossa impopolare a poche settimane dalle elezioni di mid-term e rischia di riflettersi in modo negativo sulla maggioranza repubblicana al Congresso; se non lo facesse, tuttavia, il prezzo per Warsh sarebbe alto: perdita di credibilità perché i fatti richiedono una risposta della Fed e perché lui stesso, parlando a Jackson Hole a fine agosto, ha mostrato di averlo capito benissimo.
La ritorsione sui dazi
Dall’altra parte il banchiere centrale sa già che può aspettarsi l’ira di Trump, se non personalmente su di sé, almeno sull’organo di governo della Fed. Il presidente ha già lanciato una minaccia decisamente bizzarra: dazi sui Paesi con cui l’America ha un deficit commerciale, se la Fed alza i tassi.
E come tutto con lui, questa è ormai una vicenda politica e di scontro tra istituzioni e personalità. Non più solo una partita economico-finanziaria.