Corriere della Sera, 16 settembre 2026
Salvataggio ex Ilva, sfida sullo Stato
L’ultimo altoforno dell’ex Ilva si avvia allo spegnimento entro fine mese. Palazzo Chigi oggi alle 10 incontrerà i sindacati. Tra le questioni più urgenti il licenziamento in blocco dei 2.500 lavoratori delle aziende dell’indotto, le lettere sono pronte. Il governo sta studiando una soluzione per fermarle e ai rappresentanti di Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm Uil, Usb, Ugl e Federmanager convocati questa mattina presenterà la possibilità di una cassa integrazione in deroga per tutti i lavoratori dell’indotto racchiusa in un decreto da portare poi nel Consiglio dei ministri del pomeriggio.
Per i circa 9 mila dipendenti diretti il ministero del Lavoro sta studiando soluzioni come prepensionamenti, esodi incentivati, ricollocamenti, ma non vengono esclusi anche provvedimenti ad hoc per lavoro usurante legati all’esposizione all’amianto. Intanto i commissari straordinari sarebbero pronti a chiedere un raddoppio del massimale della cassa integrazione per tutto il gruppo pari a 9 mila persone. Oggi i lavoratori ex Ilva in cig a rotazione sono circa 3.600, di questi 3 mila solo a Taranto.
Non sarà una trattativa facile. Soprattutto Fim Cisl e Fiom Cgil si aggrappano alla conservazione dell’operatività di almeno un altoforno, supportate in questo da Federmeccanica (di pochi giorni fa l’ennesimo appello del presidente Simone Bettini). La Uilm appare più scettica rispetto alla reale possibilità di continuare a fare funzionare un altoforno finché non saranno pronti eventuali nuovi forni elettrici.
Per il futuro al momento non c’è nessun piano industriale come riferimento. La cordata italiana rimanda la presentazione di una offerta (la scadenza è il 15 ottobre, ma potrebbe essere prorogata di un mese). E in ogni caso il progetto che i 14 guidati dal presidente di Federacciai Antonio Gozzi hanno lasciato trapelare si limiterebbe inizialmente a riattivare i laminatoi alimentandoli con bramme comprate all’estero. Il forno elettrico arriverebbe dopo, e sarebbe soltanto uno. Sotto il tetto di Confindustria è evidente la diversità di visione tra Federmeccanica (molte delle aziende associate hanno bisogno di acciaio) e Federacciai che invece associa i produttori. Tra l’altro la prima auspica l’ingresso dello Stato in maggioranza, la seconda vedrebbe di buon occhio un ingresso in minoranza.
Alla fine non resta che fare i conti con la spietatezza dei numeri. «Con la chiusura dell’area caldo si rischia di arrivare a 9 mila lavoratori in cassa su 10 mila, e questo è uno scenario che vogliamo evitare a ogni costo – dice il segretario generale della Fim Ferdinando Uliano —. Servirebbero solo 5-600 lavoratori per presidiare alcune aree aziendali e altri 6-700 per la laminazione. Poco più di mille in tutto. Per noi a regime i forni elettrici devono essere quattro per arrivare a 6 milioni di tonnellate di acciaio l’anno».