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 2026  settembre 16 Mercoledì calendario

Polemiche nel Pd per le parole di Virginia Libero

Sì, quarantott’ore dopo forse ridirebbe la frase sull’organizzazione dei «disertori» che ha fatto imbufalire mezzo partito, ma avrebbe l’attenzione di specificare che non si riferiva di certo all’Ucraina. «Perché è vero, siamo pacifisti, ma Kiev non c’entra nulla con quello che ho detto dal palco. Sappiamo da che parte stare, dalla parte dell’Ucraina. E condanno Putin». E no, questo comunque non basterebbe a placare l’ira di quel pezzo di Pd che s’è legato al dito il suo discorso dal palco della festa nazionale dell’Unità dicendolo apertamente, come hanno fatto per esempio la prodiana Sandra Bonsanti o il riformista Giorgio Gori; o rimuginando a microfoni spenti, come qualche elemento – anche di spicco – della maggioranza che sostiene Elly Schlein.
Virginia Libero, anni ventotto, da un annetto segretaria dei Giovani Democratici, la giovanile del Pd, è la donna che suona il gong del dibattito sulle primarie e sulle divisioni in politica estera tra Pd e Cinquestelle. Perché la scena – dopo il comizio in cui da Reggio Emilia ha scandito che «se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle guerre andateci voi, perché noi organizzeremo i disertori» – se la prende tutta lei. L’intervento, a dispetto di una ragazza che ascolta gli autori della sua generazione (ha una predilezione, tra gli altri, per il rapper Salmo), sembra quasi la perifrasi di Le déserteur, Il disertore, il brano ultrapacifista scritto da Boris Vian nel 1954 e interpretato da Marcel Mouloudji nel giorno della disfatta francese che chiuse la guerra d’Indocina, poi reso celebre in Italia grazie alle versioni di Ornella Vanoni prima e di Ivano Fossati poi («Per cui se servirà / del sangue ad ogni costo/ andate a dare il vostro / se vi divertirà»).
Padovana di Salvazzano Dentro, fresca di laurea in giurisprudenza ottenuta con qualche ritardo sulla tabella di marcia («Lo dico a chi è fuori corso (...) a chi si è sentita “meno” perché la retorica del merito le ha detto che doveva essere così: il merito serve solo a dividere», scrisse sul suo profilo Instagram il giorno della discussione della tesi) e soprattutto con un palmarès che vanta già quasi cinquemila voti alle ultime elezioni regionali del Veneto (comunque non sufficienti a essere eletta consigliera), Libero viene considerata una schleiniana doc. In realtà, gli amanti della microfisica del potere del Nazareno ascrivono la sua ascesa alla guida dei Giovani democratici a un’intuizione di Marta Bonafoni, coordinatrice della segreteria nazionale: c’era da superare uno scontro all’ultimo voto tra il milanese Paolo Romano e il romano Tommaso Sasso, vicino a Roberto Speranza e all’area culturale del dalemismo in purezza. Da lì, l’arrivo della candidatura unitaria di una scout, pacifista fino al midollo, attivista pro Palestina, lei; e il ritiro delle altre due candidature. Quindi, l’inizio di una navigazione molto attiva sul territorio tra decine di iniziative (in questi giorni è impegnata in «Benvenuti nel paese reale», che gli juniores Pd hanno messo in cantiere in giro per l’Italia) ma abbastanza a fari spenti a livello nazionale, antipasto di una quasi certa candidatura alle prossime Politiche. Fino al discorso di Reggio Emilia. E a quelle parole, che risuonano al Nazareno ormai a distanza di giorni: «Per noi parlare di patria significa ripudiare la guerra (...). Non saremo spettatori e arriveremo senza chiedere permesso».