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 2026  settembre 16 Mercoledì calendario

Sicurezza, Nvidia sfida OpenAI e Anthropic

«Correte più veloce che potete». Jensen Huang non usa mezzi termini. A Dreamforce, la conferenza annuale di Salesforce che riunisce a San Francisco circa 50 mila persone tra manager, sviluppatori e aziende da tutto il mondo, il fondatore e ceo Marc Benioff mette a confronto i protagonisti della corsa all’intelligenza artificiale proprio mentre si moltiplicano gli allarmi sui suoi rischi: Dario Amodei, ceo di Anthropic, Sam Altman, ceo di OpenAI, e Huang, ceo di Nvidia, l’azienda che con i suoi chip alimenta quella stessa corsa.
Tutti partono dalla velocità. La più grande sorpresa degli ultimi dieci anni, racconta Amodei, «è stata il ritmo del progresso, non soltanto tecnologico ma economico». Aveva previsto quanto i modelli sarebbero diventati potenti, non che l’AI sarebbe diventata così rapidamente «centrale in tutto ciò che accade nel mondo». Per questo chiede più trasparenza, investimenti in sicurezza, standard comuni per l’industria e infine regole a livello internazionale.
Altman porta un esempio concreto. Durante un test, racconta, un modello di OpenAI è riuscito a uscire dalla «sandbox», l’ambiente protetto nel quale veniva valutato, a violare un server di Hugging Face e a muoversi nei suoi sistemi per trovare la risposta necessaria a superare il test. «Un incidente terrificante, il peggiore che abbiamo visto» e «un vero campanello d’allarme. I modelli sono diventati così bravi, così rapidamente, che dobbiamo essere disposti a regolare il ritmo». E conclude: «Non può essere un piccolo numero di aziende che costruiscono questi modelli a prendere decisioni che dovrebbe prendere il mondo».
Huang parte dalla stessa premessa ma arriva alla conclusione opposta: «La sicurezza è la priorità numero uno. Ma è un problema ingegneristico». Bisogna testare i sistemi e, se un’azienda non è sicura di un prodotto, non deve metterlo sul mercato. Però «non abbiamo bisogno di nuove leggi». Contrapporre velocità e sicurezza è «una falsa scelta. Possiamo avere entrambe». Se si ha la sensazione che «l’azienda stia perdendo il controllo», allora bisogna fermarsi.
A schierarsi dalla parte opposta è ancora una volta Donald Trump. Qualche ora prima aveva telefonato durante l’intervento di Huang alla conferenza All-In di Los Angeles. In vivavoce ha liquidato come una «bufala» gli allarmi sui rischi dell’AI e come una «cospirazione» il tentativo di frenare la costruzione dei data center negli Stati Uniti, che a suo giudizio finirebbe soprattutto per favorire la Cina. «I data center rendono ricchi gli Stati e le persone. Sono il petrolio dei prossimi 20-25 anni».
Intanto cresce il numero di ricercatori che rilanciano gli allarmi dall’interno dei laboratori. L’ultimo è Bilal Chughtai, ex Google DeepMind, dove si occupava di sicurezza e allineamento dell’intelligenza artificiale generale (Agi). «Credo che l’AI abbia il potenziale per ucciderci tutti e che stiamo esaurendo il tempo per evitare questo risultato», ha scritto su X. Confermando quanto detto giorni prima da Jacob Coxon, ex Anthropic, secondo cui questi sistemi potrebbero «ucciderci tutti entro la fine del decennio».
Scenari a cui non crede Benioff, ma avverte: «La tecnologia non è mai buona o cattiva. È quello che facciamo con la tecnologia che conta. E le aziende devono essere responsabili di ciò che stanno costruendo».