Il Messaggero, 15 settembre 2026
Iran, lo shock dei sauditi «L’oleodotto colpito chiuso per settimane».
Presa in mezzo fra l’Iran, gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita sotto shock cerca di riattivare l’oleodotto East-West, colpito dai droni degli Houthi. È un’infrastruttura vitale: può trasportare sette milioni di barili al giorno verso il Mar Rosso, aggirando Hormuz, ed era arrivata alla piena capacità quando il traffico delle petroliere nel Golfo Persico si era quasi fermato. Riad valuta ancora i danni e le previsioni sui tempi delle riparazioni divergono, mentre Washington ostenta ottimismo, tanto che il segretario all’Energia Chris Wright assicura che l’oleodotto tornerà operativo «presto». Ma non tutti ne sono convinti ed è diffuso il sospetto che tanta sicurezza serva a tranquillizzare i mercati e contenere il prezzo del greggio. Intanto una petroliera battente bandiera panamense ha colpito una mina navale mentre navigava nelle acque meridionali dello Stretto di Hormuz, provocando un’esplosione e un vasto incendio a bordo.
Per i sauditi il problema è molto più ampio. Il regno si sente esposto su più fronti e deluso dalla riluttanza di Donald Trump ad affrontare direttamente gli Houthi. Anche il tentativo di riaprire un dialogo regionale si è arenato: l’incontro fra Iran, Arabia Saudita e altri Paesi del Golfo è stato rinviato senza una nuova data. Intanto la guerra nello Yemen si allarga. Gli Houthi sostengono che l’aviazione saudita ha compiuto 54 bombardamenti in ventiquattr’ore, mentre droni e missili venivano lanciati contro il territorio saudita. L’avanzata dei ribelli lungo il Mar Rosso minaccia ormai la seconda grande rotta energetica della regione e li porta a soli 32 chilometri, sull’altra sponda dello stretto, da Camp Lemonnier a Gibuti, la principale base militare americana in Africa. Il contraccolpo economico è stato immediato. Il petrolio ha superato i 107 dollari al barile e il costo per noleggiare una petroliera sulla rotta fra il Golfo Persico e la Cina ha oltrepassato per la prima volta il milione di dollari al giorno. Anche caricare il greggio nel Golfo di Oman, evitando Hormuz, costa 644 mila dollari quotidiani. Cifre destinate a riversarsi sui trasporti, sull’industria e sui consumatori.
Trump alterna aperture negoziali, minacce e provocazioni. Sostiene che l’Iran, «una nazione fallita», voglia un accordo «velocemente e a tutti i costi», ma aggiunge che sarà lui a decidere se dialogare. Ha persino insinuato che gli Stati Uniti potrebbero restare in Iran e «tenersi il petrolio». Poi ha attaccato gli alleati: «I Paesi del mondo, che non ci sono stati di alcun aiuto, dovrebbero e rimborseranno gli Stati Uniti d’America». Secondo il presidente, i prezzi crolleranno appena finirà una guerra che «non durerà molto». Nega inoltre che il conflitto stia esaurendo gli arsenali: Patriot, Thaad e Tomahawk, assicura, vengono prodotti giorno e notte. Ma alla disponibilità al dialogo proclamata da Trump fa da contrappunto il caso di Mohammad Eslami, vicepresidente iraniano e capo dell’Organizzazione per l’energia atomica, escluso dalla Conferenza generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) a Vienna. Colpito dal divieto di viaggio delle sanzioni Onu, aveva bisogno di una deroga. L’Austria l’ha richiesta, ma il comitato del Consiglio di sicurezza l’ha respinta per l’opposizione americana. Eslami, già in viaggio, è tornato a Teheran, che ha convocato l’incaricato d’affari austriaco.
Dentro l’Iran, infine, alla guerra si accompagna un nuovo giallo. Il religioso sunnita Molavi Yusef Gorgij, vicino al governo, è stato assassinato davanti casa a Zahedan: è il secondo clerico sunnita ucciso in meno di una settimana e il terzo da luglio. Teheran accusa gruppi terroristici e «mercenari sionisti», a conferma della crescente instabilità del fronte interno. Nello stesso momento il Parlamento europeo denuncia la repressione dei mullah. Roberta Metsola ha chiesto la liberazione delle adolescenti Taraneh e Romina Rahimi, arrestate e torturate per aver partecipato alle proteste. Sulla prima pende una condanna a morte, sulla seconda una pena di 25 anni.