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 2026  settembre 15 Martedì calendario

Iraq, liberate le famiglie dei miliziani dell’Isis

Dal 2019 fino a pochi mesi fa, migliaia di affiliati all’Isis e le loro famiglie hanno vissuto in un limbo senza forma nel nord-est della Siria. Nelle prigioni di Hasake e Qamishli erano finiti i miliziani catturati dopo la caduta dell’ultimo territorio del Califfato, mentre nei campi di al-Hol e Roj c’erano le mogli, le vedove e i figli, compresi quelli che erano già bambini quando sono arrivati e quelli nati nell’arco di questi sette anni tra le tende e il filo spinato.
Adesso, per 457 di loro, cittadini siriani trasferiti in Iraq, la magistratura di Baghdad dice che non ci sono prove sufficienti per sostenere l’accusa di terrorismo e ha avviato le procedure per il loro rilascio e la consegna alla Siria. Sono una parte dei 5.704 detenuti sospettati di legami con lo Stato islamico sui quali il tribunale istruttorio di Karkh ha concluso la fase degli interrogatori il 9 settembre: 3.497 sono siriani, gli altri appartengono a 66 nazionalità, comprese 19 europee.
La decisione dei giudici arriva quando il sistema di detenzione costruito dopo la sconfitta territoriale dell’Isis ha subito una trasformazione radicale. Per anni le Forze democratiche siriane (Sdf), coalizione a guida curda, hanno sorvegliato migliaia di uomini nelle prigioni e decine di migliaia di donne e bambini nei campi, mentre i governi dei Paesi di provenienza esitavano a riprendersi i propri cittadini e nessuno riusciva a trovare una soluzione definitiva per persone che erano state catturate in guerra ma che, in molti casi, non erano mai state sottoposte a un processo.
Il risultato è stato che la fine del Califfato come entità territoriale non ha coinciso con la fine della comunità umana che gli era stata intorno. Gli uomini che avevano combattuto sono rimasti nelle celle, le loro famiglie nei campi e i bambini hanno continuato a crescere in un ambiente nel quale l’Isis non era soltanto il ricordo della guerra appena finita, ma un’ideologia che continuava a replicarsi in un ambiente “perfetto”: un lager a cielo aperto.
Al-Hol, soprattutto, è diventato il simbolo della gestione miope di un’altra faccia del fondamentalismo, non quella degli attacchi kamikaze che terrorizzavano l’Europa, ma di migliaia di persone, foreign fighters inclusi, che per inseguire il sogno nero del Califfato si erano stabiliti in un’area tra Iraq e Siria che nel 2015 era grande quanto il Regno Unito, e poi, con la vittoria dell’esercito curdo, era diventata un fazzoletto di terra. Lì nel 2019, con la caduta di Baghouz – l’ultima roccaforte dello Stato Islamico – il campo che era nato nel 1991 per accogliere i profughi iracheni della guerra del Golfo si trasformò in un enorme centro di detenzione, arrivando a ospitare oltre 70mila persone.
Le autorità curde e gli organismi internazionali lo consideravano un problema umanitario ma anche una questione di sicurezza, parlando di rischio di “radicalizzazione” perché al suo interno continuavano a operare reti legate ai miliziani, che perpetravano intimidazioni e violenze contro chiunque cercasse di allontanarsi dall’organizzazione.
Per i bambini la situazione era ancora più difficile. Alcuni erano arrivati a pochi anni, altri erano nati nel campo e avevano conosciuto soltanto una vita da sfollati tra recinzioni, controlli e la presenza di una comunità nella quale i dogmi della Jihad continuavano a essere presenti. Come il divieto di andare a scuola, con molte famiglie che temevano che l’educazione potesse rappresentare un’alternativa per quei ragazzi che di alternative, invece, non dovevano averne alcuna per non sfuggire all’unica educazione possibile: quella ripetuta a mo’ di cantilena nei nasheed, i canti a cappella jihadisti, come “Dawlati Baqiya” (“Il mio Stato rimane”).
Nei campi di detenzione, poi, il tempo ha cambiato la natura del problema. La prigionia era nata come una misura di sicurezza immediatamente successiva alla sconfitta dell’Isis per impedire ai combattenti catturati di tornare sul campo e tenere sotto controllo una rete jihadista che non aveva più uno Stato ma conservava uomini, armi, relazioni e capacità clandestine. Ma, quella che doveva essere una fase transitoria, è durata sette anni.
Nel frattempo, il confine tra chi aveva effettivamente combattuto per l’Isis e chi era stato catturato perché apparteneva a una determinata famiglia, viveva in una certa zona o era stato indicato come sospetto, è rimasto spesso affidato alle informazioni sommarie raccolte durante il conflitto. La sentenza che scagiona oggi i primi 457 siriani dimostra che, almeno per una parte di quelle persone, quelle informazioni non sono più sufficienti per sostenere un’accusa davanti a un tribunale.
Un detenuto finlandese, uno statunitense e sette iracheni sono già stati liberati per la stessa ragione. Il principio che Baghdad sta applicando è quindi quello della verifica individuale delle responsabilità, dopo anni nei quali la priorità era stata soprattutto quella di impedire che i prigionieri potessero uscire.
La questione è ritornata urgente all’inizio del 2026, quando le forze curdo-siriane hanno progressivamente perso il controllo di alcune strutture da cui sono riusciti a fuggire dei detenuti. Il rischio non riguardava più soltanto la permanenza indefinita nei campi, ma la possibilità che il collasso dell’apparato di sicurezza producesse una fuga di massa.
Gli Stati Uniti hanno quindi iniziato a trasferire i detenuti in Iraq. Il primo gruppo, circa 150 uomini, è arrivato a gennaio, ma il piano americano prevedeva di trasferirne fino a 7mila nelle carceri irachene. L’idea era evitare che migliaia di combattenti dell’Isis finissero improvvisamente fuori controllo nel passaggio dal sistema curdo-siriano alle nuove autorità di Damasco, dopo il crollo del regime di Assad a dicembre del 2024 e il passaggio al nuovo governo di Ahmed Al Sharaa.
Il 9 settembre il Consiglio superiore della magistratura iracheno ha chiuso gli interrogatori e per i 457 siriani che non hanno sufficienti elementi a carico sono cominciate le procedure per la riconsegna alla Siria. Per gli altri casi Baghdad procederà sulla base degli accordi bilaterali con i Paesi di provenienza.
Ma le condizioni di vita nei campi di prigionia hanno finito per creare una comunità separata dal resto del mondo e difficile da reinserire nei contesti sociali d’origine.
Se la guerra contro l’Isis aveva un obiettivo militare preciso, riconquistare il potere sul territorio, adesso la gestione di ciò che ne è rimasto richiede tribunali, rimpatri, assistenza e, soprattutto, valutazioni caso per caso. Nell’intervallo tra il tempo della guerra e quello della giustizia, però, la vita nelle tendopoli è rimasta strozzata in una lunga attesa che ora è finita, come quella dell’incubazione di un virus pronto a tornare fuori.