la Repubblica, 15 settembre 2026
Lavitola intestava i suoi business alle compagne
Le bombe, le donne, le società. Un filo, un modus operandi, che attraversa la vita recente di Valter Lavitola. L’indagine sull’attentato a Sigfrido Ranucci, che secondo la procura sarebbe stato commissionato dal suo amico faccendiere, si è allargata agli affari di Lavitola. E adesso permette di ricostruire il vorticoso intreccio di società che ruota intorno a lui.
Lo stanno analizzando i carabinieri del Nucleo investigativo di Roma. Un elemento emerge subito: Lavitola è solito intestare le aziende alle donne con cui intrattiene relazioni sentimentali. A intrecciare l’ordinanza di custodia cautelare, le visure camerali e i documenti che l’ex compagna di Lavitola, Natalia Potenza, ha consegnato in procura sabato scorso, compaiono diverse figure femminili.
La prima, la più nota, è proprio Potenza. Nel quartiere Monteverde, a Roma, Lavitola aveva un bistrot di pesce, il Cefalù. Potenza è amministratrice unica della cooperativa Cefalù fin dalla costituzione, nel 2017. Poi è diventata presidente del consiglio di amministrazione. Nell’agosto 2023 ha costituito la Baires che oggi gestisce il bistrot e da cui recentemente ha allontanato le persone a vicine a Lavitola.
Dai documenti depositati dalla donna emerge un altro nome: Sirlene de Souza Lima Monsueto, brasiliana di 35 anni. Secondo quanto riportato dal sito Mowmag, che ha seguito gli affari di Lavitola in Africa, l’ex direttore dell’Avanti! la presentava come sua moglie.
Un documento del 22 giugno 2022 che Repubblica ha potuto consultare la indica come secretary of principal officers nella Future Awaits, la società attraverso cui Lavitola puntava a entrare nel mercato dei carbon credit e nella quale figurano, tra gli altri, lo stesso Lavitola e il socio Benjamin Chimutengo.
È a lei che Lavitola pensa quando capisce che il suo arresto potrebbe essere vicino. «Mi dispiace molto per te, per Cirlene e mio figlio. Perché ora ci sarà il problema di te là, di Cirlene, del negozio, della casa, della pescheria. Se mi arrestano che faremo?», dice a un collaboratore.
Poi c’è Adriana Linhares, un’altra donna brasiliana. «Meu amor», la chiama Lavitola al telefono, senza sapere di essere intercettato. Gestisce un salone di bellezza. Lavitola le affidava paure, progetti e confidenze.
Non solo donne. Nella vita di Lavitola compaiono anche le bombe. C’è quella ormai nota, fatta piazzare sotto l’auto di Ranucci. E ce n’è un’altra, tutta da dimostrare, di cui ha scritto ancora Mowmag. I giornalisti del sito hanno incontrato in Africa il socio di Lavitola, Chimutengo, che sostiene di aver denunciato il faccendiere perchè lo avrebbe minacciato e avrebbe provato a fargli esplodere la macchina pagando un poliziotto locale. L’ex socio parla anche del ruolo di Gomes Clesio Tavares, l’uomo di fiducia di Lavitola, che secondo la procura, sarebbe stato affidato l’incarico di organizzare l’attentato a Ranucci. «Non riesce ad affrontare una discussione senza tirare in ballo la minaccia di Gomes», racconta Chimutengo.
Ranucci, per gli investigatori, è una vittima. Una persona che si spendeva per Lavitola senza sapere che lui gli aveva fatto piazzare una bomba sotto casa. Le indagini dimostrano che tra i due non ci sono stati scambi di denaro. Solo favori.
«Le mie azioni sono state fatte per le due iniziative dove c’erano i figli. L’ho aiutato per amicizia», ha detto il giornalista, riferendosi all’interessamento per due affari riconducibili a Lavitola: l’acquisizione delle mura del ristorante Cefalù e il progetto sui carbon credit.
Nel primo caso Ranucci sarebbe intervenuto, fallendo, mettendo una buona parola con il proprietario delle mura. Nel secondo avrebbe dato consigli. Sono emerse anche alcune cene. Una con Urban Vision, società che avrebbe avuto rapporti con il progetto africano.
Un’altra emerge adesso grazie a un servizio del Tg1. È avvenuta a febbraio, ancora al Cefalù, con Lavitola e un funzionario dell’ambasciata dello Zimbabwe. Sarebbe nata in maniera estemporanea. E Ranucci non avrebbe parlato di carbon credit ma del caso Mattei e di progetti di sviluppo in Africa.