la Repubblica, 15 settembre 2026
Big Tech perde colpi, il petrolio sale ancora
Per una volta, il futuro e il passato hanno colpito Wall Street nello stesso giorno. Da una parte l’intelligenza artificiale, con i profitti vertiginosi dei mesi scorsi e il timore che sia corsa troppo avanti. Dall’altra, il petrolio, lo Stretto di Hormuz, la guerra e il vecchio problema dell’inflazione. In mezzo, i Treasury decennali sono tornati a sfiorare il 5 per cento, come se i mercati stessero improvvisamente chiedendo un prezzo per tutta questa incertezza.
I titoli dell’Iasono apparsi in calo in tutto il mondo, dopo che i leader del settore, a cominciare dal ceo di Anthropic Dario Amodei, hanno lanciato l’allarme e chiesto di rallentare il ritmo dello sviluppo dell’intelligenza artificiale avanzata. Amodei ha parlato di 6-12 mesi in cui il sistema può andare fuori controllo, evocando il rischio che “agenti IA” possano compromettere internet. Ma un suo ex ricercatore, Jacob Coxon, è andato oltre: ha detto che nel giro di un decennio l’intelligenza artificiale potrebbe uccidere tutti gli esseri umani.
Il Dow Jones ha limitato le perdite a -0,29%, il Nasdaq ha perso lo 0,56% (mentre Piazza Affari ieri è stata la peggiore in Europa, cedendo l’1,6%). I titoli dell’Ia erano sotto pressione da tempo a causa dei timori che le loro quotazioni siano salite troppo sull’onda lunga della frenesia tecnologica. Le parole di Amodei hanno spaventato gli investitori perché hanno disegnato uno scenario diverso: non solo la ricerca va troppo veloce, ma rischia di deragliare.
Nvidia, i cui profitti sono aumentati a livello record grazie all’utilizzo dei suoi chip nell’intelligenza artificiale, ha ceduto a un certo punto il 2,8 per cento. Il titolo SoftBank, colosso giapponese e uno dei principali investitori di OpenAI, ha perso il 10,7 a Tokyo, dopo che lo stesso ceo di OpenAI, Sam Altman, ha detto di sostenere l’allarme di Amodei e annunciato che la sua compagnia non sarà quotata a Wall Street nel 2026.
Nel frattempo la crisi in Medio Oriente continua a comprimere i flussi globali di greggio e i prezzi del petrolio sono saliti. Il prezzo del Brent è aumentato nel corso della seduta dello 0,8%, a 105,45 dollari al barile, dopo aver toccato in mattinata i 110 dollari. Le quotazioni risentono, anche in questo caso, dell’incertezza generale: molti dubitano che il presidente americano Donald Trump, nonostante le sue dichiarazioni ottimistiche, riesca a mettere fine alla guerra con l’Iran nel breve periodo. In Usa il prezzo di un gallone di benzina, pari a 3,8 litri, è arrivato a quasi 4,32 dollari. Un mese fa, quando la quotazione era già alta, il prezzo era di 4,08 dollari. Un anno fa, era di 3,18. Questa pressione sull’inflazione ha spinto gli analisti a ritenere possibile che la Federal Reserve, anziché abbassare i tassi di interesse, come chiede da tempo Trump, li alzi al termine della prossima riunione, prevista domani. Alzare i tassi è il modo con cui la Fed cerca di frenare l’inflazione e rallentare l’economia, ma intanto crescono le preoccupazioni per l’aumento del debito degli Stati Uniti. Durante la mattinata, il rendimento del Treasury decennale ha superato per la prima volta in quasi tre anni la soglia del 5%, per poi scendere a 4,96. Era al 3,97 prima che gli Stati Uniti attaccassero l’Iran a fine febbraio. Il rialzo del rendimento, legato alla vendita degli investitori, può rendere più costoso per le famiglie e le aziende statunitensi prendere denaro in prestito. A risentirne sono anche i mutui a lunga scadenza, il cui tasso medio ha raggiunto i massimi degli ultimi quattordici mesi.