corriere.it, 15 settembre 2026
Gianluca Gotto parla della sua ricerca spirituale
«A Bangkok, dove ero ricoverato per la dengue, ho avuto un confronto diretto e duro con la mia mortalità. E così, bloccato a letto, disidratato e con le allucinazioni, qualcosa dentro di me si è rotto, anche se fuori la mia vita era tutta uguale, perfetta. Non avevo mai preso in considerazione che c’è tutto un mondo a cui abbiamo accesso chiudendo gli occhi. Non sapevo nulla di introspezione, non avevo gli strumenti per affrontarlo».
Gianluca Gotto ha quasi trent’anni quando, durante uno dei suoi soliti viaggi in Oriente, viene ricoverato per la dengue, una malattia virale trasmessa dalle zanzare. Quando esce capisce di essere caduto in depressione. Qualcosa si era rotto. Per aggiustarlo dovrà fare due incontri importanti, il primo con un monaco che lo introdurrà al buddhismo e il secondo con un maestro zen giapponese che gli insegnerà la pratica della meditazione. Da quel momento i suoi romanzi e i suoi saggi – ad oggi se ne contano otto, dominatori in classifica con più di due milioni di copie vendute – sono ricchi di quegli insegnamenti e di quelle domande sulla vita che lui per primo si è posto. Ma tutta la sua vita è sempre stata un’avventura. Nato a Torino nel 1990, ha sempre cercato, con la compagna Claudia, la libertà. Un concetto che li ha portati a vivere in Australia, in Canada, a visitare l’Europa a bordo di un van e a girare l’Oriente.
Oggi, dopo 42 traslochi e viaggi tra Laos, Cambogia, Vietnam, Thailandia e Bali, dove è nata sua figlia Asia, ha trovato casa a Singapore.
«Quei traslochi rappresentano la nostra ricerca. Molte persone non arrivano dove vogliono perché hanno paura di cambiare. Temono il giudizio degli altri e soprattutto di risultare incoerenti. Io e Claudia ci siamo sempre fatti forza a vicenda, dicendoci che il nostro continuo cambiare ci avrebbe portati nel punto dove volevamo essere. E così è stato».
Appena ventenne ha lasciato casa per girare il mondo. Forse, anche prima di scoprire il buddhismo, aveva capito che il segreto è far spazio alle cose belle.
«Oggi posso dire che all’inizio si trattava di fuga. Ero molto insoddisfatto a Torino, non mi sembrava me ne andasse bene una, se non la grande fortuna di aver trovato una donna che come me sognava un altrove da esplorare. Pensavamo che andarcene avrebbe risolto tutto. Così siamo partiti, abbiamo fatto esperienze in giro per il mondo, simili a quelle che fanno tantissimi italiani, e in effetti qualcosa si è sistemato. Viaggiando incontri nuove culture, nuovi modi di stare al mondo che ti aprono gli orizzonti e ti consentono di respirare, e questo mi ha portato a 27/28 anni a sentirmi veramente felice. Poi mi sono ammalato e mi sono accorto che sì i cambiamenti esterni sono importanti, ma da soli non bastano».
Cosa successe nella sua testa quando viene ricoverato per la dengue?
«Ero totalmente impreparato a un evento di quel tipo. Quando siamo arrivati in Oriente avevo tutto ciò che desideravo, e anche di più. Poi una zanzara, un essere minuscolo, ha spazzato via tutto ciò che avevo costruito. Ma questo vuol dire che evidentemente non era così solido. Quando ho contratto la malattia ho ignorato i sintomi, mi sentivo invincibile, partito dal nulla, con il mio primo romanzo in pubblicazione, non potevo farmi fermare da un po’ di febbre; finché la malattia non è degenerata e sono stato ricoverato».
Dopo essere uscito dall’ospedale ha due incontri ravvicinati e importanti: il primo con un monaco buddhista e il secondo con un maestro zen giapponese.
«Dentro di me in quel momento sono sorte tutta una serie di paure. Il semplice fatto di essere vivo mi terrorizzava. Ero caduto in una depressione che mi impediva di prendere l’aereo e tornare in Italia per farmi aiutare, io che avevo preso centinaia di voli. Un giorno, camminando per la città, ho incontrato un monaco buddhista a cui ho chiesto aiuto. Lui mi ha accolto nel suo tempio e ha iniziato a parlarmi del buddhismo, ma non in termini religiosi, bensì come una ricerca esistenziale composta da grandi domande e da strumenti utili per poter vivere serenamente. Non felicemente, perché la felicità dipende da quello che succede intorno a noi, mentre la serenità è qualcosa che riguarda il nostro lavoro interiore. Poi mi suggerì di andare a parlare con un maestro zen giapponese di passaggio in Thailandia. Andai al nord, ci incontrammo e lui mi diede la scossa di cui avevo bisogno e lo strumento più importante per riuscire a sistemare il caos che avevo dentro, ovvero la meditazione».
Si può davvero vivere sereni?
«Farlo appieno è qualcosa che riguarda pochi illuminati, o forse nessuno. Ma non credo sia quello l’obiettivo da perseguire. Mi sono reso conto che la felicità e la serenità non sono le cose più importanti in assoluto. L’obiettivo dovrebbe essere capire qual è il senso della nostra vita. Se lo trovi, allora quello vale anche più della felicità. L’evoluzione dei miei ultimi romanzi riflette questa mia convinzione».
Ricorda la prima volta in cui ha capito di essere felice?
«Perfettamente. Era notte e stavo tornando dal mio primo giorno di lavoro in Australia. Lavoravo come un tuttofare in cucina. Lo chef era un uomo tedesco che mi trattava malissimo, mi insultava e mi urlava contro. Ma quella sera quando uscii per tornare a casa, dalla donna che amavo, su un autobus, all’una di notte, guardando il cielo stellato dell’Australia, indipendente e lontano dal luogo che sentivo come una prigione, mi sentii veramente felice».
Crediamo che la felicità sia nella perfezione, ma quel lavoro lo odiava.
«Tendiamo a pensare sempre in termini di felicità e infelicità. Buddha invece parlava di soddisfazione e insoddisfazione: mi sembrava più corretto, più saggio. Quella notte in Australia mi sentivo soddisfatto di me stesso, per il percorso che avevo fatto e per le piccole cose che funzionavano».
Il suo ultimo romanzo, Ci basterà mangiare il vento (Mondadori), è al secondo posto tra i più letti in Italia, mentre Succede sempre qualcosa di meraviglioso (2021, Mondadori) anno dopo anno continua a restare tra i primi 20. Si è chiesto come mai ogni titolo è un successo?
«Ogni tanto me lo chiedo, ma non mi ci soffermo troppo, perché credo influenzerebbe in maniera negativa il mio lavoro. La maggior parte dei nostri problemi nasce dal pensare troppo a noi stessi. Non mi ritengo uno scrittore di alto livello in termini di forma e qualità di scrittura, però penso di essere sincero, e forse i miei libri funzionano per questo. Scrivo per offrire qualcosa di utile a chi mi legge, per chi si sente come mi sentivo io all’inizio di questo percorso».
Qualcuno confessa di non riuscire a leggere i suoi romanzi, come se non fosse davvero possibile raggiungere la serenità con questi strumenti.
«Innanzitutto penso che queste persone partano da un pregiudizio. I miei libri non sono manuali per vivere serenamente, ma raccoglitori delle mie esperienze, delle domande che mi sono posto e delle risposte che mi sono dato. Quando qualcuno mi dice che un mio libro gli ha cambiato la vita gli dico che è impossibile. Non è il libro, il film o l’opera d’arte che ti cambia la vita, nemmeno un viaggio. Al massimo puoi trovare informazioni utili tra quelle che offro, che non sono universali, perché se il buddhismo fosse una scienza esatta allora vivremmo in un mondo buddhista. Però magari leggendo un libro ti poni le giuste domande, ti apri a concetti nuovi e magari li metti alla prova nella vita di tutti i giorni per scoprire che possono essere utili a vivere meglio».
Quest’ultimo libro, e anche lo spettacolo prodotto da Dream Up Production che arriverà a Milano il 17 e 18 settembre, “Questione di Karma”, è dedicato appunto al karma. Noi occidentali lo vediamo come qualcosa condizionato dal nostro comportamento: se facciamo del bene ci torna indietro del bene. Cosa c’è di sbagliato in questa visione?
«Nella prospettiva buddhista, il karma vuol dire che noi tendiamo a diventare quello che facciamo, pensiamo e diciamo. Se siamo a questo punto è perché ci siamo arrivati attraverso le nostre azioni e le reazioni a ciò che ci accade. Credo sia un ottimo modo per responsabilizzare noi stessi e farci capire che controlliamo la nostra vita più di quanto pensiamo. Nelle due ore di spettacolo cerchiamo di capire, tutti insieme, come farlo concretamente».
Nel talk parli anche del karma familiare. Ereditiamo le scelte dei nostri genitori?
«Il karma non si riduce a quello che facciamo, perché se è vero che ognuno di noi costruisce una propria traiettoria individuale attraverso le sue azioni, è altrettanto vero che veniamo tutti al mondo all’interno di una traiettoria già definita. Questo è il karma familiare. Comprende la trasmissione dei geni e l’educazione a cui siamo sottoposti, ma anche la trasmissione di tutta la memoria accumulata dai nostri genitori. E quindi tutto ciò che hanno fatto, pensato, detto, tutte le loro gioie e i loro dolori, tutto ciò che sono stati prima che ci mettessero al mondo. Il karma ci mostra che nulla va perduto, mai; l’energia si trasferisce. Si può spezzare ma riuscirci significa cambiare l’impostazione, l’energia, le convinzioni e le usanze non solo dei nostri genitori ma anche dei loro genitori, e dei genitori dei loro genitori. Chi cambia il proprio karma familiare cambia il karma di un intero albero genealogico».
Che aspetto dell’animo ha voluto esplorare con Ci basterà mangiare il vento?
«Ho voluto dar voce a un sentimento preciso: quando ho trovato nella spiritualità la salvezza e la guarigione che cercavo mi sono reso conto che quello strumento mi aveva reso un po’ distaccato e insensibile alla vita. Con il buddhismo avevo capito che noi soffriamo perché siamo troppo attaccati alle cose e desideriamo troppo, e di fronte all’insoddisfazione nasce il dolore. Allora ho smesso di desiderare e mi sono distaccato da tutto. Effettivamente mi sentivo meglio, ma era perché non sentivo più nulla, né le cose spiacevoli né quelle piacevoli. In quel momento sono andato in crisi perché ho una compagna che amo con cui desidero condividere le giornate, la tavola, il letto, le esperienze, i sogni, tutte cose basate sul desiderio. E quindi come potevo rinunciare a tutto questo pur restando sereno?»
Ha valutato anche di diventare monaco.
«Sì, perché la serenità che respiravo in quei luoghi era qualcosa di magico e salvifico. Però poi ho capito che il senso della mia vita ruotava intorno a quello che avevo costruito con Claudia. L’amore non ti dà la serenità, ma può dare un senso al tuo stare al mondo. Quindi ho capito che non avrei mai voluto rinunciare a lei. Ma è stato difficile, ci ho dovuto riflettere molto, a volte perdevo anche il sonno per capire come far coesistere la passione, il romanticismo, il desiderio, la meditazione, la spiritualità e la serenità».
Ha trovato una risposta?
«Credo di aver trovato un equilibrio grazie alla consapevolezza che ogni nostra decisione comporta anche una rinuncia. Non possiamo avere tutto. Il percorso spirituale puro, fatto di una perfezione totalizzante che ci porta all’illuminazione e al Nirvana, è qualcosa che si può raggiungere solo attraverso una vita ascetica, in cui abbandoni tutto e tutti. Io mi sono guardato allo specchio e ho capito che non volevo rinunciare alla cosa più bella della mia vita. Ho continuato a meditare, a seguire il buddhismo, ma senza renderlo il centro delle mie giornate. E ho ripreso a desiderare, ma senza che il desiderio guidasse ogni mia scelta».
L’esordio arriva con Le coordinate della felicità, libro autopubblicato più venduto nel 2018/2019. Come è nato quel primo romanzo?
«Ho sempre sognato di scrivere un libro. Poi per lunghi periodi della mia vita ho accantonato quel sogno, lavorando prima come operaio, poi come cameriere, poi come panificatore. Finché con Claudia abbiamo iniziato a lavorare da remoto, curando un blog chiamato Mangia, vivi, viaggia, nato per mostrare che esistono alternative ai percorsi convenzionali di vita. Abbiamo iniziato a raccontare storie di vita, viaggi, crescita personale e spirituale, di persone che lavorando a distanza giravo il mondo, finché qualcuno ha commentato che per un italiano era difficile adottare quello stile di vita. Così ho iniziato a scrivere un articolo per parlare di noi. Diventava sempre più lungo, al punto che un giorno abbiamo deciso che sarebbe diventato un libro. Si tratta del mio titolo più immediato, umano, anche un po’ grezzo e arrabbiato. A volte quando lo rileggo capisco che ero giovane e che molte cose ancora non le avevo capite, però è stato il libro che ha dato il via a tutto. Dopo quello mi hanno contattato varie case editrici e ho scelto Mondadori».
Nei tuoi libri è tanto presente il concetto del qui e ora. È merito della meditazione?
«La meditazione è la pratica di essere presenti, perché quando mediti ti concentri sul respiro, che è ciò che tiene vivo il corpo. La mente può muoversi in tutte le direzioni, ma solo il corpo esiste in questo momento. Poi ci sono altre consapevolezze. Per esempio, a me aiuta fare una sola cosa per volta. La presenza, come diceva il mio maestro, è lavare i piatti sporchi alla sera come se fosse la cosa più importante dell’intero universo. Allora, se tutto quello che fai lo fai come se fosse l’unica cosa che conta, riesci a essere radicato nel presente, e molta della tua sofferenza svanisce, perché la mente non può creare scenari terrificanti su cose non ancora successe e che potrebbero non succedere mai, o che magari sono già successe ma non si possono cambiare».