Corriere della Sera, 15 settembre 2026
Criminali moderni: popolari e pericolosi
L’attenzione rivolta alle formazioni simboliche che abitano il nostro immaginario, nel presente come nel passato, potrebbe condurci, «scherzando ma non troppo», ad affermare che anche gli storici così come gli scienziati sociali in generale, dovrebbero imparare ad essere dei ghostbuster s, sostiene Francesco Benigno nello straordinario Popolo criminale. La costruzione sociale del male di imminente uscita per i tipi de il Mulino. I fantasmi di Benigno sono gli stereotipi di alcune figure che hanno popolato la nostra storia dapprima in senso negativo poi in altro modo, talvolta anche in senso opposto a quello iniziale. Lazzari e lazzaroni di Napoli, sanculotti francesi, thugs indiani e camorristi italiani – i protagonisti di Popolo criminale – sono fondamentalmente l’uno all’altro inaccostabili. Non fosse che il potere politico ha cercato con loro un contatto e talvolta è riuscito a metterli al servizio dello Stato. È accaduto che definizioni infamanti siano state recuperate politicamente e trasformate nel loro opposto «costituendo segni di appartenenza e di distinzione». Beninteso le figure che Benigno analizza «hanno appartenuto finora a registri interpretativi differenti e non comunicanti tra loro». Studiarle insieme, avvicinandole, e presentare queste ricerche in uno stesso testo significa «proporre una particolare lettura di quel processo storico di criminalizzazione che si realizza tra Sette e Ottocento e per così dire produce il criminale moderno». La cui costruzione «non coincide con l’elaborazione di quel sapere scientifico su esso, sviluppatosi, come si sa, nell’ultimo quarto del XIX secolo».
Il discorso più complesso è quello che riguarda i lazzari la cui origine è stata collocata nella rivolta napoletana del 1647-1648, ai tempi dell’insurrezione popolare di Masaniello sfociata poi in una ribellione antispagnola. Successivamente e soprattutto nel secondo Settecento essi sono stati «non solo il ricordo di una vicenda storica trascorsa» ma al contempo «l’oggetto di un discorso sul popolo napoletano, prodotto soprattutto dai diari dei viaggiatori europei». Laddove quelle origini secentesche furono in buona parte rimosse per lasciar spazio a un discorso a sé sul «popolo di Napoli». Ma proprio alla fine del Settecento, i lazzari (ribattezzati nel frattempo «lazzaroni») ridiventano protagonisti della resistenza alle armi francesi e della sconfitta della repubblica napoletana del 1799. Fu Benedetto Croce a stabilire il nesso tra il 1647 e il 1798, le due occasioni in cui i lazzari erano saliti sul «palcoscenico della storia».
Da Napoli alla Francia. Come rivela il nome stesso, scrive Benigno, i sans-culottes si identificavano non solo per cosa erano ma soprattutto per cosa non volevano essere. Erano quelli che si opponevano «a coloro, aristocratici e borghesi, che indossavano le culottes, eleganti calzoni corti che si chiudevano poco sopra il ginocchio con una fila di vistosi bottoni, facendo coprire le parti inferiori delle gambe da lucide e pregiate calze di seta». I sans-culottes invece indossavano zoccoli di legno chiamati sabot, giacca corta con bottoni detta carmagnole, tenevano in mano una minacciosa picca e soprattutto coprivano il capo con un berretto rosso «la cui caratterizzazione veniva ricondotta all’antica tradizione del pileus romano e alle connotazioni di libertà ad esso connesse». In alcuni casi gente che viveva anche senza camicia e senza scarpe, la «canaglia». In genere persone povere ma anche «letterati privi di protezione». Anzi quel termine veniva usato soprattutto per deridere uomini di lettere malvestiti, bisognosi, financo proletari. Persino Maximilien Robespierre ancora nel 1791 usò quella parola in senso spregiativo. Il ribaltamento dell’uso del termine «sanculotti» avvenne approssimativamente il 20 giugno del 1792 quando il popolo parigino invase l’Assemblea e quindi le Tuileries. Da quel momento nella città si diffuse lo slogan «viva i sanculotti». Un termine ingiurioso, rovesciandosi, scrive Benigno, «connotava ora un’identità popolare in fieri e non era la prima volta nella storia europea che accadeva un ribaltamento di questo tipo». Basta pensare, prosegue Benigno, al modo con cui i ribelli olandesi avevano rivalutato sul piano identitario il termine offensivo dato loro dagli spagnoli gueux oppure i rivoltosi napoletani, come s’è detto, quello oltraggioso di lazzari. In entrambi i casi facendoli propri.
Ora però, il 5 agosto 1792, Jacques Pierre Brissot, descrivendo l’assemblea della propria sezione, Filles Saint-Thomas, la racconta come «profondamente divisa in due parti contrapposte: da un lato un nucleo di possidenti affaristi, finanzieri, agenti di cambio e speculatori e dall’altra la parte sana e giusta composta da patrioti e sanculotti». Nello stesso periodo, mentre il termine prendeva piede sul giornale rivoluzionario di Jean-Paul Marat, l’«Ami du peuple», sul fronte politico opposto, quello contrario alla rivoluzione, i sanculotti presero invece a essere considerati come il braccio armato del complotto contro il trono e l’altare. Si ebbe dunque nel 1792 la nascita di un soggetto popolare che faceva riferimento al berretto rosso come principale segno identitario. Si trattava di un gruppo attivo della politica rivoluzionaria che la storiografia (soprattutto Albert Soboul) ha lungamente cercato di ricondurre a un unico fondamento economico sociale. Haim Burstin in La politica alla prova (FrancoAngeli) ha tracciato un bel ritratto dei sanculotti come prodotto di un ambiente popolare approdato con la Rivoluzione francese – alla politica. Assai interessanti in proposito sono alcune notazioni di Sergio Luzzatto in Il terrore ricordato. Memoria e tradizione dell’esperienza rivoluzionaria (Einaudi) basato sulla letteratura memorialistica della Rivoluzione francese.
Dalla Francia passiamo all’India. Per quel che riguarda la terza figura analizzata da Benigno, all’inizio dell’Ottocento il termine thug indicava, nella colonia britannica, «un popolano malfamato, imbroglione o truffatore e in generale ladro». Ben presto, tuttavia, l’espressione assunse un significato speciale «venendo a denotare quei criminali che, dopo essersi insinuati amichevolmente nelle comitive di viandanti, accompagnandoli nelle lunghe attraversate delle pianure indiane, usavano un laccio, chiamato romal per strangolare nottetempo e poi derubare taluni sfortunati viaggiatori, divenuti loro vittime». Per poi farne scomparire i cadaveri seppellendoli o bruciandoli.
Il primo riferimento storico all’esistenza degli strangolatori indiani lo ritroviamo nel tardo Seicento (1684), epoca in cui nel diario del viaggiatore francese Jean de Thévenot si racconta «dell’esistenza nell’Indostan di banditi di strada» che usavano derubare i viaggiatori dopo averli strangolati. Il racconto troverà ampia eco più di un secolo dopo, all’inizio dell’Ottocento. Gradatamente, scrive Benigno, «si fece strada l’identificazione dei thugs con una vera e propria setta di stampo criminale religioso, immaginata come un’unica possente organizzazione dotata di precise tradizioni, regole di iniziazione e specifiche attitudini, tali da costituire una delle facce, la più ripugnante, del mosaico indiano, uno dei tasselli di un puzzle da ricostruire». A parlarne più esplicitamente furono coloro che vennero chiamati a reprimerli. In particolare, il tenente colonnello William Henry Sleeman autore di una celebre lettera pubblicata (senza firma) il 3 ottobre 1830 sulla «Calcutta Literary Gazette» in cui si denunciava l’esistenza di una singolare setta di assassini che, come devoti, offrivano il frutto dei loro omicidi alla dea Kali. Gli anni Trenta dell’Ottocento furono caratterizzati da una grande repressione dei thugs motivata dalla «necessità di riaffermare il dominio della East India Company in territori turbolenti, segnati da una serie di ribellioni, attraversati da masse di soldati, di sbandati e di nomadi dediti ad atti di violenza e saccheggio». Con la difficoltà supplementare «di dover proteggere i traffici di oppio sui quali la compagnia aveva stabilito un lucroso monopolio».
L’identità degli «strangolatori» rimbalzò per decenni negli scritti di Eugene Sue, Mark Twain, Jules Verne, Rudyard Kipling e financo Carlo Cattaneo, il quale ipotizzò che la loro origine avesse a che fare con una forma di resistenza ad una setta straniera. Poi nella seconda metà del Novecento i thugs sono tornati in vita attraverso il lavoro di numerosi storici che hanno decostruito pezzo per pezzo le leggende create nei secoli precedenti. La duplicità dei loro comportamenti è stata oggetto di studi minuziosi come quello di Erving Goffman – La vita quotidiana come rappresentazione (il Mulino) – il quale, rifacendosi proprio a Sleeman, ne ha messo in luce aspetti intimamente polarizzati.
C’è di più. Peter Lamont in La leggenda della corda e del bambino che scompare (Neri Pozza) allude a questi richiami raccontando di un famoso mito di magia indiana e provando a darne spiegazione. Il mito parla di un fachiro che lancia in aria una corda che diventa verticale, un bambino si arrampica e scompare, il mago sale con un pugnale e fa cadere pezzi di corpo del bambino che poi ricompare integro come quando si era arrampicato.
E torniamo a Napoli. Come camorristi, prima dell’Unità d’Italia, venivano indicati i prepotenti, gente usa alla sopraffazione nel popolo dei detenuti. Il termine era stato importato dalla penisola iberica: un dizionario italo-spagnolo definiva in quel modo un attaccabrighe, che si caratterizzava per «hacer camorra», vale a dire fare rissa, avviare una contesa o anche solo sbraitare. La prima testimonianza della presenza di soggetti detti camorristi si trova in una raccolta di testi pubblicata nel 1847 da Mariano Lombardi: Napoli in miniatura. Secondo Francesco Barbagallo in Storia della camorra (Laterza) l’evento a cui i camorristi devono notorietà internazionale sono le celebri lettere di William Gladstone a Lord Aberdeen (1851) in cui si denunciavano le scandalose condizioni in cui viveva il Regno delle Due Sicilie. Anche Marcella Marmo in Il coltello e il mercato. La camorra prima e dopo l’Unità d’Italia (L’ancora del Mediterraneo) e, parzialmente, John Dickie in Onorate società. L’ascesa della mafia, della camorra e della ’ndrangheta (Laterza) mettono in evidenza come questa tipologia di criminalità organizzata fosse presente già ben prima dell’Unità. E Antonio Fiore in Camorra e polizia nella Napoli borbonica (1840-1860) (Federico II University Press) si sofferma sulle particolari interconnessioni tra i «tutori dell’ordine pubblico» e questo genere di «delinquenti». Interconnessione che viene allo scoperto nel momento in cui – come scrivono Nico Perrone in L’inventore del trasformismo. Liborio Romano, strumento di Cavour per la conquista di Napoli (Rubbettino) e Giancarlo Vallone in Dalla setta al governo. Liborio Romano (Jovene) – l’ex ministro dell’interno borbonico nonché direttore di polizia, Liborio Romano appunto, garantirà la «pacifica transizione» dal regno di Francesco II di Borbone alla Napoli «liberata» da Giuseppe Garibaldi. Liborio Romano si servirà a piene mani dei camorristi. Conquisterà, in virtù della complicità di quei malfattori, le simpatie dell’eroe dei due mondi e di Alexandre Dumas.
Toccherà poi ai «sabaudi» rimettere le cose a posto. Per primo Silvio Spaventa, nominato responsabile dell’ordine pubblico a Napoli, che prese un provvedimento per mandarli immediatamente al confino. Ma l’infiltrazione dei camorristi tra le forze dell’ordine aveva già avviato un’infezione che avrebbe macchiato l’immagine dello stesso Spaventa. Ferdinando Mele, un commissario di polizia «ex» camorrista assoldato da Liborio Romano, fece arrestare un tale De Mata, collaboratore di Spaventa, e riuscì a dimostrare che era anche lui un camorrista a tutti gli effetti. Spaventa, sintetizza Benigno, appariva «come reclutatore di una squadra irregolare di “custodi dell’ordine” dalle caratteristiche assai dubbie». Per giunta Mele fu poi ucciso. Il luogotenente Luigi Carlo Farini all’inizio di gennaio del 1861 fortunatamente emanò un documento ufficiale in cui per la prima volta compariva il termine camorrista e progressivamente si individuò la pericolosità politica oltreché criminale della camorra. Tra la fine di maggio e l’inizio di giugno 1861 apparvero sulle pagine del giornale torinese «L’Opinione» due resoconti anonimi (assai diversi in molti dettagli) sulla camorra. A quel punto l’Italia intera fece conoscenza di questo soggetto, la camorra, e da allora è stato un susseguirsi, molto ben sintetizzato da Benigno, di tentativi di ridurla a fenomeno folklorico, romanzesco. Per poi giungere alla presa di coscienza delle sue dimensioni come un fenomeno prettamente criminale. Tra i quattro fantasmi descritti da Benigno quello del camorrista è stato (ed è) fuor di dubbio quello dotato di maggiore vitalità.