Corriere della Sera, 15 settembre 2026
Quanto è bello il gioco «sano»
Una partita a carte, un’ora con un cruciverba oppure i giochi di società e le escape room. Esiste anche un gioco «sano» che non è azzardo, non crea dipendenze ma anzi fa bene al cervello e alle relazioni. Una ricerca diffusa da Istat pochi giorni fa rivela che nel 2024 più della metà della popolazione (52,9%) di 14 anni e più ha praticato almeno un’attività di gioco: sono 27 milioni e 510 mila persone con quote più elevate tra i giovani (7 su 10 tra i 14 e i 24 anni) e il 12,3 si dedica al gioco con cadenza settimanale. Le carte sono l’attività più diffusa (39,7 per cento), seguiti da cruciverba (31,5) e giochi di società (24,5).
Giocare insieme dà benessere non solo ai bambini, ma anche agli adulti e anziani per la sua efficacia nel prevenire il declino cognitivo. «È paradossale – spiega Cosimo Di Bari, professore associato di pedagogia all’Università di Firenze e autore di Uppa – associare il gioco a una malattia o a una dipendenza. L’antropologo Huizinga parlava di homo ludens, perché il gioco è costitutivo per l’essere umano e per la sua cultura. Non ne siamo dipendenti, abbiamo una necessità innata di giocare. Purtroppo, arrivati a una certa età si smette di giocare o comunque si associa il gioco a qualcosa di commerciale che genera profitto e non benessere».
Secondo gli analisti di questi fenomeni mancano sempre di più le forme di gioco spontaneo e libero che permettono ai bambini di trovare le regole in autonomia, producono socialità e promuovono la relazione con l’altro. «Ci sono studi – aggiunge Di Bari – che dimostrano come l’assenza di gioco libero si associ all’ansia crescente che troviamo negli adolescenti. Questo è anche frutto delle azioni educative degli adulti: sono troppo protettivi, vogliono sempre tenere i bambini lontani da potenziali rischi e tutto questo impedisce di sperimentare paure e limiti». Di Bari sostiene che stiamo vivendo un paradosso: pensiamo di proteggere da tutto i bambini e poi li lasciamo soli con la tecnologia, esponendoli a usi passivi che possono sfociare anche in forme di ludopatia. La sfida è «riuscire a promuovere a scuola, in famiglia e nei contesti non formali esperienze di gioco autentico per favorire la formazione personale, le relazioni con l’altro e la cura del mondo.
Socializzazione
Il gioco è un veicolo di esperienze preziose che, se ben organizzate, possono trasformarsi in apprendimento». I Cemea (Centri d’esercitazione ai metodi dell’educazione attiva) sono un’organizzazione internazionale presente e radicata in Italia che fra le molteplici azioni promuove progetti di formazione pratica e iniziative aperte a tutti per educare al gioco autentico come imprescindibile risorsa educativa. «Il gioco – commenta Antonio Di Pietro, pedagogista ludico e presidente del Cemea Toscana – è uno specchio della nostra cultura, del contesto sociale e culturale in cui viviamo. Siamo in un’epoca in cui è molto forte una dimensione competitiva, quindi predominano i giochi di competizione, ma nella storia vediamo che esistono tanti modi di giocare. Anche di cooperazione». In Italia tante iniziative promuovono la ludicità in tutti i contesti: nidi d’infanzia, scuole, quartieri, giardini pubblici, parrocchie. «Ma attenzione, dopo i sei anni – dice Di Pietro – i bambini giocano meno di quanto dovrebbero e ciò può comportare diversi disagi durante la crescita. Andrebbe liberato un po’ di tempo che a volte manca ai bambini per poter giocare tra di loro».
Politiche educative
Gli ambienti sono importanti. In Italia in molti territori si stanno attivando le depavimentazioni: si toglie cemento dove è possibile anche per aumentare i luoghi di gioco di qualità per i bambini. «Molti Comuni italiani – aggiunge ancora Di Pietro – promuovono queste azioni, aumentando gli spazi verdi che facilitano la socializzazione, creano un ambiente e un microclima che favorisce la giocosità dei bambini e delle bambine». Dalla qualità del gioco nelle politiche educative passa il benessere delle generazioni ed è un antidoto contro le forme di dipendenza. Leonardo Boncinelli è docente di politica economica all’Università di Firenze e direttore del Centro di Ricerca Interdipartimentale sui Giochi per il Cambiamento Sociale (GiX). «Il gioco è una forma di vaccinazione. Devono essere evitati – sostiene Boncinelli – gli eccessi, se si riesce ad incorporare come una pratica normale si disinnescano meccanismi meno sani». In Toscana è attivo «Slow life, slow Games» dell’Asl Nord Ovest Toscana realizzato con la collaborazione di Lucca Crea e sostenuto dalla Regione Toscana per costruire una cultura del gioco sano come prevenzione all’azzardo patologico. «Un progetto che sostiene l’importanza educativa di giocare al ritmo giusto. Il gioco sano – conclude Boncinelli – è un antidoto naturale all’azzardo».