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 2026  settembre 15 Martedì calendario

Miliardi di dati rubati, così la Cina si rafforza con i modelli Usa

Di questi tempi quando in Silicon Valley lanciano un allarme, invece di guardare il dito dell’etica (e del rischio di estinzione dell’umanità), occorre guardare alla Luna. Cioè alla Cina. E alla competizione tecnologica con gli Stati Uniti.
Il primo a farlo è stato lo stesso Donald Trump. È andata così. C’era stato l’appello – improvviso ma non inatteso – a rallentare lo sviluppo dei modelli di frontiera dell’intelligenza artificiale da parte di Dario Amodei (Anthropic), Sam Altman (OpenAI) ed Elon Musk (xAI). Il presidente degli Stati Uniti ha replicato: «Siamo i leader rispetto alla Cina e, francamente, voglio che continuiamo ad esserlo, perché chi vince nell’AI vince tutto». Era domenica scorsa: negli stessi minuti la Cbs trasmetteva un’intervista a Dario Amodei in cui diceva: «La Cina è il dilemma più difficile… Se non ci trovassimo in questa situazione potremmo prenderci molto più tempo». Tradotto: non è colpa nostra, è la geopolitica che ci ha costretto a correre. Il portavoce del ministro degli Esteri cinese ha ribaltato le accuse: «Alimentare la paura, lo scontro e una competizione feroce non farà che ostacolare una sana governance globale dell’AI, e questo non è nell’interesse di nessuno». Più netto il quotidiano Global Times, vicino al Partito comunista cinese, che ha definito l’allarme della Silicon Valley da «manuale della Guerra Fredda». Che sta succedendo davvero?
L’atto di accusa
Per capirlo occorre partire dalle 18 pagine di un documento pubblicato l’8 settembre scorso dall’Agenzia per la sicurezza nazionale (Nsa), dal Centro per la cybersicurezza (Cisa) e dall’Fbi. Titolo: «Aziende di intelligenza artificiale con sede in Cina conducono campagne di distillazione su scala industriale contro le società statunitensi di AI». In pratica: ci stanno rubando l’intelligenza artificiale. Un’accusa formale del governo degli Stati Uniti. Il rapporto sostiene che a partire dal 2024 i principali laboratori cinesi abbiano interrogato milioni di volte i costosissimi modelli americani estraendo miliardi di token di risposte poi usate per addestrare i propri. Un token è l’unità minima in cui un modello legge e scrive, è un «pezzo» di parola. Un miliardo di token equivale grosso modo al testo di 10.000 libri. Quindi «miliardi di token» significa una biblioteca di decine di migliaia di volumi – non di libri esistenti, ma di risposte generate su richiesta.
Il meccanismo
Stiamo parlando di un presunto furto di miliardi di token? E perché è così importante? Perché gli Usa, per ragioni di sicurezza nazionale, hanno invano provato a strozzare l’AI cinese nella culla. Lo hanno fatto in vari modi ma il più efficace è stato vietare a Nvidia – leader assoluto di mercato – di vendere i suoi migliori chip alla Cina che si è quindi trovata a dover usare i chip meno performanti di Huawei, oltre ad avere circuiti e memoria meno efficaci; ma non divaghiamo. A questa sfida la Cina ha replicato in vari modi che hanno oggettivamente avuto successo, come certifica l’ultimo rapporto dell’università di Stanford (aprile 2026), per cui il distacco fra i migliori modelli cinesi e americani si è ridotto al 2,7 per cento sebbene Pechino spenda molto meno dei rivali. Come è possibile? Le ragioni sono diverse, non ultima il prezzo dell’energia elettrica e il fatto che i modelli cinesi sono «aperti», open weight.
Il paradosso
Ma la mossa che fa infuriare gli americani è la distillazione: la tecnica di interrogare a tappeto un modello altrui e addestrare il proprio sulle sue risposte. Non se ne ottiene una copia ma buona parte della capacità, a un costo di addestramento incomparabilmente minore. Ora l’aspetto paradossale è che per gli americani, che hanno fatto crescere i loro modelli utilizzando senza permesso tutto quello che c’era sul web e spesso intere librerie e archivi di giornali, quello che fanno i cinesi è un furto. Accusa paradossale perché i cinesi, tecnicamente, quei token li hanno pagati abbonandosi a un servizio (pur violando le condizioni d’uso delle piattaforme, ma questa è un’altra storia).
Il problema dell’allarme fine-di-mondo è tutto qui, nella competizione con la Cina. Quando propone di rallentare lo sviluppo dei modelli Usa, Amodei lo scrive chiaramente: noi rallentiamo, ma intanto qualcuno fermi la Cina. Su questo, con Trump, la visione è la stessa.