Corriere della Sera, 15 settembre 2026
Svezia, la destra perde il monopolio sull’immigrazione
Le previsioni formulate in queste settimane sul brillante futuro di Jimmie Åkesson, leader di velluto dei Democratici svedesi dal programma di ferro, e da lui volentieri alimentate, ricordano l’apologo della bambina che va al mercato, portando una brocca col suo litro di latte e fantasticando su quanti soldi le frutterà. Superare di nuovo il 20 per cento alle elezioni; vedersi offrire posti chiave nel governo, per la prima volta nella storia del partito (Åkesson per sé avrebbe chiesto il ministero della Giustizia). Entro il 2030, chissà, esprimere un premier. L’andamento elettorale del partito negli ultimi vent’anni, tutti guidati da Åkesson che ne è il numero uno dal 2005, li autorizzava a sperare. Ma il voto non è andato così. Terzo partito con il 17,6%, i Democratici svedesi hanno perso il 2.9% – 11 seggi – rispetto al 2022. E anche la corsia preferenziale verso il governo.
Fondati nel 1988, erano cresciuti da allora a ogni legislatura, senza mai arretrare. Fino a oggi. Dal 1988, quando avevano lo 0,02% – e un direttivo di impresentabili, come il fondatore Anders Klarström che faceva telefonate anonime a casa di cittadini ebrei per dir loro «porco, ti bruceremo» – passando per la svolta «moderata» con Åkesson presidente, che epurò i neo-nazisti. Nel 2010 entrano in Parlamento col 5,7%, nel 2014 più che raddoppiano, nel 2018, dopo la crisi dei migranti siriani, sono il terzo partito, nel 2022 il secondo e sostengono il governo con un patto. Era solo naturale, per Åkesson, sognare in grande.
Ma come nella favola la bambina inciampa, e fa cadere la brocca, domenica sera Jimmie Åkesson si è trovato alla veglia elettorale di Solna a osservare i risultati con sgomento. Subito celato: «Più penso a questa campagna elettorale», ha detto, «più penso che i veri vincitori siamo noi». Non ha però potuto argomentare.
Molte analisi del successo dei Democratici svedesi hanno messo l’accento sul perenne ruolo da paria politico che il partito ha sempre saputo comunicare: e che però, con la collaborazione allo scorso governo e persino l’invito, dal 2022, alle cene per il Nobel, non può che avere perso smalto. Le frange estreme si sarebbero disaffezionate.
Il punto più importante dell’agenda dei Democratici, poi, erano le politiche di chiusura all’immigrazione. Gli ultimi due governi, in parte per non lasciar loro praterie di elettorato e in parte per reale ascolto delle perplessità degli elettori, le hanno adottate in toto. La Svezia è oggi un Paese dove trasferirsi, come richiedente asilo o migrante economico, è quasi impossibile. Questo ha creato un’offerta politica nuova nei partiti tradizionali: rigore sulle politiche migratorie senza però sparate razziste o populiste. Molti, in un elettorato colto, informato e partecipe – l’80% dell’affluenza di domenica è considerato basso – hanno apprezzato.
Dall’altro lato, questo ha lasciato i Democratici svedesi privi del monopolio su un argomento tanto forte, e li avrebbe costretti a rivendicazioni più identitarie come il vago slogan di «Rendere la Svezia di nuovo la Svezia», la carne di maiale, la lotta al velo. Alla battuta d’arresto di domenica potrebbero rispondere, nel prossimo futuro, proprio così: tornando radicali.