Corriere della Sera, 15 settembre 2026
La cautela dei leader svedesi «Ce la prendiamo con calma». I blocchi separati da tre seggi
Quando la leader dei Socialdemocratici Magdalena Andersson, domenica notte, ha incontrato i suoi sostenitori, ha detto loro: «Se le cose continueranno a stare così, avremo un cambio di governo». Boato di applausi; eppure l’ex premier (2021-2022), che gli esiti del voto favoriscono come guida anche del prossimo esecutivo, non ha detto quasi niente. Non ha rivendicato la vittoria; non ha sciolto la prognosi su chi vorrebbe, con sé, in un governo eventuale che comunque si insedierebbe a gennaio; non ha commentato i risultati dei rivali.
Non avrebbe potuto del resto dire più di così: con il 95% delle schede scrutinate, il suo partito è il primo con il 28,1%, ma i due blocchi di centrosinistra e di centrodestra sono separati da appena 28.600 voti. Proiettati sull’emiciclo, sono 176 seggi a sinistra e 173 a destra. Un sostanziale pareggio. Solo domani riprenderanno i conteggi, con le schede arrivate in ritardo: circa 200 mila voti, il 6 per cento del totale. Difficile comunque che ribaltino una situazione complessa. Nessuno ha concesso la vittoria a nessuno; solo la tv pubblica, ieri, ha indicato come «probabile al 90%» la vittoria di Andersson, che ora è all’opposizione.
Un altro silenzio illustre è stato quello del premier uscente Ulf Kristersson, che ieri mattina ha detto ai giornalisti solo «ce la prendiamo con calma», e ha indicato le possibili difficoltà che Andersson avrebbe a formare un governo con gli alleati naturali che ha, cioè la Sinistra e i Verdi da un lato e i Centristi, orientati a un’economia di mercato e alla crescita, dall’altro. «Se tutto resterà così», ha detto, «la Svezia non avrà un governo». Per alcuni analisti è una sorta di profferta in codice: a sinistra Andersson sarebbe instabile, e allora perché non considerare la prospettiva di larghe intese? Tenendo conto anche del fatto che la grande massa di voti – Socialdemocratici, Moderati, Centristi – gravita attorno al centro, in una sorta di ratifica positiva anche per le politiche del governo uscente, che ha preso punti anziché perderne.
Per altri osservatori, invece, esiste anche la possibilità di elezioni anticipate: ma è dal 1958 che non ce ne sono, e il momento di grande incertezza geopolitica rende questa possibilità assai costosa.
C’è tempo. Il Parlamento non si riunirà fino al 28 settembre, quando dovrà eleggere il nuovo presidente, e qualsiasi voto su chi potrebbe essere il prossimo primo ministro potrà avvenire soltanto dopo questo passo. Di lì in poi potrebbero volerci settimane, o addirittura mesi.