Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  settembre 15 Martedì calendario

Iran, il negoziato con gli Usa affondato dai falchi del regime

È un classico, lo suonano da quando i mullah sono andati al potere in Iran dopo aver cacciato lo Scià e ripete un tema: i falchi del regime sabotano le prove di dialogo. È quello che sarebbe accaduto – secondo fonti citate dal «New York Times» – a inizio estate quando i pasdaran hanno colpito tre petroliere, compresa una del Qatar.
Siamo a luglio il presidente Pezeshkian è in Iraq quando è colto di sorpresa dalla notizia dello strike. L’incursione rialza la tensione, crea ulteriore insicurezza. Al momento non è chiaro chi abbia dato l’ordine. Teheran prende tempo, cerca scuse. Il presidente chiede spiegazioni al comandante dei guardiani, Ahmed Vahidi, che nega ogni responsabilità, così come le forze armate tradizionali. E allora chi è stato? Secondo i funzionari ascoltati dal quotidiano il colpevole è Hossein Taheb, attuale numero uno della milizia Basij, in passato capo dell’intelligence, noto per essere attestato su posizioni radicali. Dunque, avrebbe agito all’insaputa della gerarchia affidando la missione a elementi di sua fiducia e con l’avvallo di altri personaggi ostili a qualsiasi trattativa.
La ricostruzione del New York Times solleva poi dubbi sul ruolo di Mojtaba Khamenei, l’imam «scomparso» o fantasma. Non è mai apparso dalla sua nomina (marzo 2026) e non appare mai, ferito gravemente in un bombardamento, comunicherebbe con i suoi collaboratori a distanza. A questo proposito Pezeshkian, sempre secondo il giornale, ha avuto due contatti con il leader, uno di questi è avvenuto con un sistema piuttosto inusuale: il presidente è salito su un’ambulanza e da qui ha «parlato» in videoconferenza con la Guida.
Gli estremisti sono convinti di poter prevalere nella sfida con gli Stati Uniti, per questo sono pronti alla guerra ad oltranza. In questo campo militano Taeb, il comandante della Divisione aerospaziale Sayed Mousavi, in parte lo stesso Vahidi. Sull’altro versante il presidente, il negoziatore-stratega Ghalibaf e un buon numero di dirigenti. Le fratture si sommano all’incertezza su ruolo e peso di Mojtaba. Per alcuni muove tra le due sponde, anche se è stretto il suo legame con i pasdaran. Non mancano i dubbi sulle sue reali condizioni mentre Teheran rilancia, appena può, dettagli, interviste, testimonianze sulla sua attività di governo.
Nel frattempo, il regime ha rimescolato le carte e riportato in primo piano Mohsen Rezai, anche lui «guardiano» e nominato ad agosto alla guida del Consiglio di sicurezza. Non è mai stato una colomba, si è fatto notare per prese di posizioni oltranziste ma stando ad una interpretazione di far rispettare la linea ed evitare provocazioni. Nel medesimo rimpasto Taeb, il presunto colpevole, non è stato però punito, bensì gli hanno affidato la leadership dei Basij, il lungo braccio della repressione.
La storia del sabotaggio alla trattativa ha innescato la reazione degli osservatori. Non mancano gli scettici, tra loro un paio di esperti israeliani molto seguiti. In sintesi, una lista di pareri dei commentatori. 1) I contrasti esistono, emergono in modo quotidiano e sono possibili fughe in avanti. Le divisioni, però, sono sull’approccio negoziale e non sul fine. 2) Difficile pensare che una mossa del genere, viste le conseguenze, sia stata decisa senza che i massimi vertici fossero informati. 3) Può esserci un gioco delle parti unito alle soffiate di ambienti «riformisti». 4) La campagna contro i mullah è condotta con i missili e, quando serve, con la propaganda, un’arma usata da tutti i protagonisti della crisi. L’analisi si allarga, infine, al quadro regionale, in particolare a quanto è avvenuto nello Yemen. Il successo degli Houthi filoiraniani a danno dei governativi appoggiati dall’Arabia Saudita ha certamente fornito munizioni all’ala oltranzista del regime, disposta a prendere dei rischi. Ai suoi occhi gli avversari non hanno stomaco per uno scontro totale ed allora tanto vale puntare sempre più in alto sfruttando indecisioni, debolezze, tentennamenti.