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 2026  settembre 15 Martedì calendario

La frenata svedese

Non moriremo sovranisti? Per la prima volta dal 2010, quando fecero il loro ingresso nel Riksdag, il Parlamento di Stoccolma, i Democratici Svedesi (Sd) di Jimmie Åkesson hanno perso voti e seggi nelle elezioni politiche. Dopo una campagna molto radicalizzata, l’estrema destra scandinava è scesa dal 20,5% del 2022 al 17,6%, scivolando dal secondo al terzo posto, dietro i socialdemocratici di Magdalena Andersson e i Moderati del premier uscente Ulf Kristersson.
Il calo degli Sd, fondati nel 1988 dalla fusione di gruppi dove militavano anche degli ex neonazisti, è addirittura l’unico dato fermo di una partita ancora incerta. Al momento una potenziale coalizione di centro-sinistra guidata da Andersson avrebbe un vantaggio di appena 3 seggi sul blocco di centro-destra. Sapremo di più già domani, quando verranno contate le schede in ritardo e quelle dei residenti all’estero. In ogni caso saranno necessari «mesi più che settimane», ci dice l’ex primo ministro Carl Bildt, prima di veder nascere un nuovo governo.
Che segnale è, se lo è, quello che viene da Stoccolma, subito dopo i fuochi d’artificio dell’AfD tedesca nella Sassonia-Anhalt e in controtendenza con quanto i sondaggi segnalano nel resto d’Europa, dalla Francia al Regno Unito? È bene ricordare subito che in Svezia la cosiddetta Brandmauer, la barriera antiincendio contro l’estrema destra, è caduta nel 2022, quando gli Sd firmarono nel castello di Tidö il patto con Moderati, Cristiano-democratici e Liberali che portò Kristersson alla guida del governo, dal quale però rimasero fuori. Quella appena conclusasi è stata la prima campagna elettorale dove gli Sd, come annunciato dal premier uscente, erano pronti a far parte dell’esecutivo in caso di vittoria.
L’ipotesi non è completamente tramontata, ma è un fatto che i sovranisti duri e puri in Svezia abbiano subito una battuta d’arresto. Che i conservatori moderati di Kristersson, a differenza della Cdu in Germania, progrediscano leggermente, ridiventando il secondo partito. E non ultimo che, nonostante abbiano perso un paio di punti fermandosi al 28%, i socialdemocratici di Andersson, prima forza politica, hanno di nuovo una ragionevole speranza di guidare il Paese, sia pure con una maggioranza risicata, senza un programma comune – e «difficile da costruire», aggiunge Bildt – insieme a Sinistra, Verdi e Centristi.
Non si tratta tanto di trarre delle lezioni, quanto di notare l’evidenza. Già prima del 2022, quando venne estromessa dal potere, Magdalena Andersson aveva infatti schierato la socialdemocrazia svedese in favore di una politica dell’immigrazione e della sicurezza molto restrittive pur tenendo la barra a sinistra sullo Stato sociale e confermando il sostegno all’Ucraina in politica estera. Fu lei nel 2022 ad avviare la storica procedura d’ingresso nella Nato, poi completata da Kristersson. In questa campagna elettorale l’ex premier ha perfezionato il suo appello, cercando un linguaggio e dei codici in grado di parlare alle insicurezze e alle paure dell’opinione pubblica sui temi più esplosivi e sensibili dell’agenda politica svedese ed europea.
Detto altrimenti, Andersson, sul modello di quanto già fatto da Mette Fredriksen in Danimarca, ha compiuto una triangolazione, che, senza sposare tout court le posizioni dell’estrema destra sulle migrazioni e la lotta alla criminalità, soprattutto senza mutuarne i toni xenofobi e apertamente razzisti, permette alla socialdemocrazia svedese di occupare un terreno finora a lei estraneo. Nella versione danese, in combinazione con il bonus delle minacce di Trump contro la Groenlandia, questo ha fruttato a Frederiksen un’inattesa vittoria. Potrebbe succedere anche a Stoccolma, anche se nulla è ancora escluso.
Ma il vero dato di fondo è un altro: l’estrema destra sembra perdere spinta propulsiva quando le forze centriste, socialdemocratiche o conservatrici fa poca differenza, provano a imbastire una risposta credibile e non demagogica alle concrete preoccupazioni delle persone, senza tuttavia aizzarle con parole d’ordine incendiarie, irrealizzabili e odiose come remigrazione, deportazioni di massa, pena di morte.
Purtroppo, quelle svedese e danese non sono ricette erga omnes. Anzi. Troppo piccoli e specifici sono i «laboratori» nordici, dove lo Stato sociale continua a occuparsi dei suoi cittadini dalla culla alla tomba nonostante i tagli degli ultimi decenni. Inoltre, né in Svezia né in Danimarca esistono fratture antropologiche e culturali, come ad esempio quella Est-Ovest della Germania trentasei anni dopo la riunificazione. Resta che la socialdemocrazia europea farebbe bene a cessare la sua latitanza sostanziale ed emotiva sui temi che bruciano, fossero le migrazioni, la sicurezza o l’Intelligenza artificiale, pena un declino inesorabile e neppure tanto lento.