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 2026  settembre 13 Domenica calendario

Iran, in sei mesi bruciato il 40% della ricchezza nazionale

Dirompente negli effetti economici, la guerra dei sei mesi fra Iran e Stati Uniti morde ovunque, accanendosi soprattutto sulla macroregione del Golfo. L’intransigenza negoziale dei Guardiani della rivoluzione persiani, unita allo strangolamento economico statunitense, sta causando una tempesta macro e microeconomica sui fondamentali di un Paese che si confronta con le sanzioni dal 2012. Comincia a fare i conti l’Iran, di un conflitto nuovamente infiammatosi, già devastante nel semestre scorso per le infrastrutture energetico-produttive, industriali, metallurgiche, siderurgiche, sanitarie, scolastiche, militari, immobiliari civili, viarie, portuali e aeroportuali nazionali, con oltre 140mila dossier aperti per future riparazioni. Escludendo la regione della capitale, la più colpita dai bombardamenti, i danni bellici sono stimati in 347 miliardi di dollari, pari a circa il 40% della ricchezza lorda prebellica e ogni mese che passa senza un nuovo equilibrio e una fluidità fra export e import rischia di far arretrare il Paese di un quinquennio.
Mai abbastanza ascoltato, il presidente Massoud Pezeshkian ha riconosciuto che blocco navale statunitense, guerra calda, sanzioni multidimensionali e operazione di massima pressione lanciata dal Tesoro statunitense stanno costando un prezzo astronomico all’economia del Paese. Intervistato da un telecronista, una ventina di giorni fa, il governatore della Banca centrale Abdolnaser Hemmati ha ribadito che l’export petrolifero si è quasi azzerato, prosciugando la voce più importante del bilancio pubblico. Gasolio e benzina, sussidiati in parte, sono crescenti nel prezzo. L’iperinflazione, aumentata del 77%, dovrebbe superare quest’anno il 66%, riducendo il potere d’acquisto dei cittadini. Pane e cereali costano il 140% in più circa, come tantissimi altri beni di consumo quotidiano. L’economia, che nel 2023 mostrava segni di crescita nominale, dovrebbe contrarsi di oltre 5 punti percentuali entro l’anno. È oggi povero più del 36% della popolazione iraniana, coinvolgendo quasi 40 milioni di persone, e la svalutazione della moneta (rial) acuisce le difficoltà: servono oggi un 22% in più di rial per comprare appena un dollaro.
Aveva una classe media vivace il Paese, architrave della stabilità socio-economica, dello spirito imprenditoriale, di investimenti di capitali, valore aggiunto e progresso. Oggi quel pulsare di forze profonde arranca e si assottiglia, con una perdita cumulativa annosa del 28%, complici pure le scelte di politica economica governativa, nonostante un’economia sommersa che varrebbe circa il 30% del Pil. Colpisce le élite la guerra, ma molto meno dei fragili, soprattutto perché i pasdaran al potere amministrano e posseggono un’infinità di aziende private. Hanno un colosso ingegneristico che controlla più di 800 aziende e impiega decine di migliaia di dipendenti. Anche la seconda compagnia aerea dell’Iran, sotto embargo, è loro emanazione. I Guardiani si ritengono in grado di resistere ancora a lungo, usando il consueto pugno di ferro contro eventuali proteste di piazza e riservando a usi bellici le riserve strategiche di carburante. Con la loro guerra aero-balistica e dei droni contro infrastrutture energetico- finanziarie e compagnie tecnologiche dei vicini del Golfo hanno inferto danni di circa 60 miliardi di dollari, costringendo i governi ad attingere alla plutocrazia dei fondi sovrani e a rivedere alcune priorità d’investimento. Pessimista per il breve periodo, il Fondo monetario internazionale prevede riduzioni di Pil oscillanti fra il -14,7% del Qatar e il -0,05% dell’Oman, con una ripresa l’anno venturo. Il Barhein paga il crollo dell’industria vacanziera, comune a tutta la regione, a ulteriore conferma che, dal 2008 a oggi, i costi economici delle guerre sono aumentati di otto volte. Impattando or non è molto sul polo strategico qatarino del gas, a Ras Laffan, un missile iraniano di poche migliaia di dollari potrebbe causare a Doha minor introiti per 20 miliardi di dollari l’anno, fino a riparazioni totali ultimate e libertà di navigazione a Hormuz.