il Fatto Quotidiano, 14 settembre 2026
Ingegnere ancor prima di De Benedetti, “re dei polli radioletterari” per auto-commiserazione; “Gaddus” o “Gaddone” per gli amici
Ingegnere ancor prima di De Benedetti, “re dei polli radioletterari” per auto-commiserazione; “Gaddus” o “Gaddone” per gli amici. Sempre a spasso tra la Merulana dei pasticciacci brutti e via Asiago dei “cóiti”. Tra bisbetiche e bizzarri, editori ansiolitici, “chiappe di energúmeni” e “bischerofessi assortiti” che gli provocano una serie di nevrosi, indolenze all’umanità, tic sciorinati (e digeriti) con ironia tagliente. Nell’ottobre del 1950 Carlo Emilio Gadda (1893-1973) viene catapultato nella Roma del dopoguerra. Mamma Rai gli dà la consulenza della Redazione letteraria del Giornale Radio, diretto da Antonio Piccone Stella. Corregge gli interventi dei redattori con note del tipo: “Qui è bischero”, “È grasso, sudato”, oppure “Bischerrima scemenza”. Accanto al verso di un grande poeta svizzero, “il mio lavoro di testa”, annota livoroso: “di cazzo”.
Ci rimane per 5 anni e da quel microcosmo patologico ne esce un dialogo epistolare con un collega, il giovanissimo Giulio Cattaneo. Una serie di confessioni inedite raccolte in Corrispondenze col Gran Lombardo dal 1951 al 1972 (Succedeoggi Libri), tra critiche e osservazioni al vetriolo sulla sua parentesi romana. A partire dall’appartamento in via Blumenstihl 19, a cui chiede di inviare le cartoline (affittata dalla “nana demente”). Per la posta c’è la portinaia Katia, una “russa, atea come una bambola che gira l’occhî, maritata con figlio, e non insensibile, credo, agli appelli extramaritali del sesso cetriolone”. Certo, nemmeno lui doveva essere molto resistente alle voglie carnali: “Avrò una segretaria, che ho chiesto bruttina, timida e sgobbona”, giusto per “evitare un deprecato ‘delitto nella cattedrale’”. Detto più volgarmente “cóito nell’Asiago”, vista la sede di Radio Rai.
Giù di lamentele ai colleghi (“mi avete defenestrato, anzi defecato”). Massime di vita (“Le incazzature cotidiane mi tengono, se non decisamente ritto, almeno approssimativamente in piedi”). Improperi ancora contro di lei, l’affittuaria (“sta rompendomi decisamente i corbelli: e la manderò a farsi friggere”). Prescrizioni sanitarie (“dai salumi o salami che siano, devo rigorosamente astenermi. Se no guai!”). Altre lamentele (“I varî amici mi hanno un po’ abbandonato, stufi delle mie disavventure. Ma ho piagnucolato molto meno di un personaggio del Pascoli”). Confessa poi a Cattaneo che dovrà “affrontare Garzanti, a fine mese, per porgergli magre bigie paginette sui disgustosi ciccioni della città del Blumenstihl, di cui non m’importa un fico secco”. Insomma, sempre col “fucile puntato di trentenne ed energetico editore, che pavento in angosciosi incubi”. Nell’agosto del ’56 infatti è in arrivo Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, capolavoro che lo consacrerà alla gloria (“le ammiratrici ammirande non mi danno tregua”, confiderà sornione).
Attorno a lui si aggirano nomi illustri: l’amico Pietro Citati, Visconti. Arbasino andava a prenderlo in spider a Monte Mario. Gadda, terrorizzato dalle curve a tutta velocità, si aggrappava al freno a mano, con il rischio di un incidente mortale. Ma nemmeno un viaggio con quell’ingordo di Ungaretti dà pace al lumbard (“mangiava dodici uova!”). Un ossesso: “Al Prado, Gadda non poté vedere Rubens perché trascinato via da Ungaretti che urlava raddoppiando la erre: ‘È barrocco! È barrocco!’”. Con quelle figure nude maliziosamente omaggiate dal Gaddone (“Erano dei bei chilometri di ciccia!”). Cattaneo prende nota: “Gadda a tavola si configurava come Don Gonzalo Pirobutirro della Cognizione del dolore, intento a divorare ‘orrorosi’ crostacei e piccioncini in casseruola e poi (e arrota, arrota quella ‘erre’ sua che ronza) ‘e gelato: cerveza, helado, huevos…’”.
Un delirio placato solo dalle considerazioni logistiche sul “Basettone Acherontèo” (ovvero Ugo Foscolo). “‘Entra ed ad-ora’: che bel verso! Ma chi entra nel tempio dove è il gruppo in marmo di queste tre femmine abbracciate ‘ed ad-ora’, cioè si inginocchia a mani giunte, si trova con la faccia adorante all’altezza del culo delle Grazie”. Firmato: “Sono il tuo rimbecillito Gaddus”. Soggetto (o soggettone) “sempre più balogio che mai, sempre piùmerluzzo, sempre più sconclusionato, svirgolato, sfessàto”.