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 2026  settembre 14 Lunedì calendario

Nella Striscia di Gaza, tra sovraffollamento ed epidemie

È piccola come l’isola di Jersey, ma ha la stessa densità di popolazione del Principato di Monaco: così è oggi quella parte della Striscia di Gaza dove i palestinesi si ammassano, a 11 mesi dal cessate il fuoco e dal piano Trump che avrebbe dovuto portare pace e ricostruzione.
Un territorio devastato, ingombro di macerie, che si restringe ogni giorno di più. Un anno fa, l’esercito israeliano occupava il 53% dell’enclave, oggi il 65% ed è chiaro che non si ritirerà. Così 2,1 milioni di persone sono condannate a vivere su 125 chilometri quadrati, contro 365 prima dell’ottobre 2023. La densità è di 16.800 abitanti per chilometro quadrato.

In questa situazione, Chaimaa Odeh, coordinatrice di Medici senza frontiere per l’ospedale da campo dell’organizzazione a Deir El-Balah, si considera fortunata perché la sua casa di famiglia, dove vive con i genitori e le 4 sorelle, non è stata distrutta, mentre in tanti sono costretti a vivere nelle tende. “Però la mia casa è molto vicina alla linea gialla. E poiché gli israeliani continuano a spostare la linea verso ovest, ormai si trova a soli 200 metri da casa nostra e sta diventando molto pericoloso”, racconta al telefono con Mediapart. Un operatore umanitario, che preferisce restare anonimo, descrive una realtà drammatica: “Dalle alture si vede un oceano di tende e strutture precarie ammucchiate le une sulle altre. Molti sono costretti a costruirsi un riparo di fortuna sugli incroci stradali, praticamente in mezzo alla carreggiata. In tanti si affollano sulle spiagge o trovano rifugio tra le macerie. Non c’è più neanche un po’ di spazio libero”.
In uno studio dell’agosto 2026, lo Shelter Cluster, il dipartimento Nato che si occupa dell’emergenza abitativa, ha indicato che 1,98 milioni di persone, pari al 94% della popolazione della Striscia, avevano bisogno urgente e drammatico di un tetto e beni di prima necessità non alimentari. L’84% delle famiglie vive in condizioni “critiche” o “catastrofiche”, con “difficoltà gravi legate al sonno, all’alimentazione, all’illuminazione, al comfort termico e all’igiene”. Neama Hassan, poetessa, si prende cura da sola dei 4 figli rimasti a Gaza, mentre gli altri 3 vivono all’estero, due dei quali hanno beneficiato di un’evacuazione medica. Dall’inizio della guerra, la famiglia ha dovuto spostarsi una dozzina di volte. “Oggi non ho neanche una tenda. La sola cosa che ho trovato è una sorta di tettoia che ho piantato nella sabbia – racconta al telefono –. Il sovraffollamento è infernale. A separare una famiglia dall’altra c’è solo un telo di nylon. Non abbiamo privacy, non possiamo parlare liberamente. Le conseguenze psicologiche e fisiche sono disastrose”. L’accesso all’acqua è limitato, le infrastrutture sanitarie e le reti fognarie sono assenti: gli agglomerati di tende e ripari precari si trasformano in trappole insalubri. “Siamo invasi dai cani randagi e dagli insetti, anche insetti che non avevo mai visto prima – continua Neama Hassan –. I rifiuti domestici non vengono raccolti, le fogne attirano i topi. Siamo esposti a diverse malattie. Questa catastrofe ambientale si tradurrà, prima o poi, in una catastrofe umana”.
Gli operatori sanitari osservano un aumento delle malattie infettive. Nell’ospedale da campo di Msf, Chaimaa Odeh vede ogni settimana “circa 5.000 casi di diarrea, gastroenteriti gravi, epatite A, infezioni respiratorie e della pelle, come l’impetigine e la scabbia, pidocchi, malattie dovute ai scarsità di igiene e di acqua e da sistemi sanitari danneggiati o inesistenti. I bambini si ammalano più facilmente perché giocano per strada, nella sabbia, in mezzo ai rifiuti e alle acque di scarico”.
Le bombe israeliane non solo uccidono. Infliggono anche ferite di altro tipo, lacerano il tessuto sociale di Gaza e minano la salute mentale dei suoi abitanti. In questa società conservatrice, la convivenza tra uomini e donne non è abituale. “Le donne non possono preservare la propria intimità – denuncia Itemad Wachah, direttrice del Centro Donne di Gaza –. Quando ci sono solo bagni pubblici, le donne devono far la fila sotto gli occhi di tutti. C’è poi il problema degli assorbenti, bloccati ai valichi, e le donne devono usare pezze di stoffa, che poi devono lavare”.
La casa di Talal Rukbah, ricercatore e scrittore, nel nord, è stata distrutta. Ora vive con la famiglia nel centro della Striscia e ha installato una tenda su un terreno, che ha preso in affitto. “Lo stress continuo erode la stabilità emotiva delle persone e la capacità di affrontare i problemi quotidiani – spiega a Mediapart in un messaggio vocale –, influenza reazioni emotive, relazioni e vita sociale. Le violenze aumentano. Col passare del tempo le persone rischiano di perdere il senso d’identità e appartenenza che le unisce. Possono esser spinte a cercare vie di fuga personali, una “salvezza individuale”, invece di preservare legami e strategie collettive di sopravvivenza”.