Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  settembre 14 Lunedì calendario

Aiuto, si è ridotto lo champagne

Napoleone diceva di non poter vivere senza, Brigitte Bardot in uno spot sosteneva che la sua esistenza era stata «riempita di bollicine», mentre, secondo Serge Gainsbourg, Jacques Prévert ne beveva una coppa già alle 10 del mattino. La storia dello champagne per secoli è andata di pari passo con quella della Francia e, proprio come il suo Paese natale, oggi presenta un futuro pieno di interrogativi.
Primo fra tutti quello della produzione, come dimostrano i dati sulla vendemmia di questa estate annunciati nei giorni scorsi dal Servizio statistiche del Ministero dell’agricoltura (Agreste): la raccolta nell’omonima regione del celebre vino frizzante, a est della Francia, è stata inferiore del 48% rispetto allo scorso anno. Un crollo molto più ampio di quello riscontrato nel resto del Paese, dove complessivamente c’è stato un calo del 6%, a meno di 34 milioni di ettolitri. «Uno dei raccolti più scarsi degli ultimi 30 anni», secondo l’Agreste che comunque sottolinea le forti disparità da regione a regione. Diverse le cause, che vanno dalla diminuzione dei terreni viticoli al cambiamento climatico. «Finiremo per avere tra i 6.500 e i 7.000 chili di uva per ettaro, ma negli anni passati arrivavamo a 10 mila», sottolinea Maxime Toubart, presidente del Sindacato generale dei vignaioli di Champagne e co-presidente di Comité Champagne, che raggruppa più di 16mila viticoltori e 350 maisons.
Ma, oltre che sulla quantità, gli effetti del cambiamento climatico si ripercuotono anche sulla qualità dello champagne, con risultati non necessariamente disastrosi. Il Comité ha annunciato un raccolto «eccezionale» con un «potenziale da grandi vini», nonostante la scarsa resa agronomica. Il gelo registrato la scorsa primavera e le ondate di caldo che si sono susseguite questa estate hanno influito sulla qualità dell’uva, oltre che sulle tempistiche (la vendemmia si è tenuta con 14 giorni di anticipo rispetto al 2025). Una materia prima che per certi aspetti «ricorda i grandi millesimi storici del XX secolo, come quelli de 1921, 1947 e 1959», sostiene l’interprofessionale.
Le singolarità di questa vendemmia anomala si riflettono poi nella qualità dei chicchi, che a causa del caldo portano ad aumentare la gradazione alcolica del prodotto finale. Per questo l’Istituto nazionale dell’origine e della qualità (Inao) ha autorizzato temporaneamente la produzione di champagne con una gradazione superiore ai 13 gradi generalmente consentiti. Le prossime bottiglie potrebbero anche arrivare a 15 gradi, sebbene questa impennata dovrebbe riguardare poche decine di produttori. «Lo champagne è un vino composto da diverse annate, la maggior parte utilizzerà quelle passate che non presentano queste caratteristiche», spiega Toubart. Resta però la novità, alla quale i consumatori dovranno abituarsi, non solo per quest’anno visto l’andamento delle condizioni climatiche.
Magari simili cambiamenti potrebbero invertire la tendenza delle vendite, che negli ultimi anni stanno facendo preoccupare i vignerons presenti nei 34.300 ettari di Denominazione di origine controllata della regione. Nel 2025 sono state vendute 266 milioni di bottiglie (152 milioni all’export e 114 milioni in Francia). Un dato in leggero calo rispetto a quello dell’anno precedente (271 milioni), che diventa però catastrofico se paragonato alle vendite del 2022, quando il mercato esplose in pieno periodo post-Covid (326 milioni). Una tendenza sulla quale pesano anche i dazi decisi da Donald Trump (le esportazioni negli Usa rappresentano 800 milioni di euro, secondo Le Monde). «Quello statunitense è il nostro primo mercato estero», ricorda Toubart, prima di andare nel dettaglio: «Gli americani amano lo champagne, il problema è sulla distribuzione perché gli importatori temono le perdite causate dai dazi».
Al momento, però, non sembra esserci una situazione di emergenza. «Non si può ancora parlare di crisi, ma tra alcuni viticoltori indipendenti comincia a serpeggiare una certa tensione», dice Fabrice Chaudier, consulente commerciale per le aziende della filiera.
Intanto, a luglio il Comité Champagne ha deciso di abbassare la resa commercializzabile della raccolta di quest’anno a 8.800 chili per ettaro, contro i 9.000 del 2025 che erano già stati abbassati del 10%. La decisione dovrebbe portare a una riduzione di circa 10 milioni di bottiglie, evitando così l’eccesso di scorte, che rimarrebbero invendute. «C’è una credenza tipicamente francese, secondo la quale si agisce sull’offerta per influenzare la domanda», afferma Chaudier, secondo il quale la filiera d’oltralpe si intestardisce su questa strategia che non sta funzionando: «È una logica superata perché quello del vino e dello champagne non è un mercato che si basa su domanda e offerta. Stiamo parlando di prodotti acquistati per il piacere personale e non per bisogno, quindi vengono consumati se sono disponibili». Soprattutto in Francia, dove al momento i flûte continuano a riempirsi.