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 2026  settembre 14 Lunedì calendario

I bonus sono insufficienti. La denatalità è irreversibile e le società devono adattarsi

Adattamento è la parola che fa scandalo quando si parla di calo demografico. Bizzarro: rifiutiamo l’idea che ciò che regola e consente, da sempre, la nostra e tutte le vite su questo pianeta, possa contenere indicazioni su come affrontare il fatto che invecchiamo più di quanto nasciamo e anche più di quanto moriamo. Così, adattarsi all’ambiente è regola di sopravvivenza, mentre adattarsi al calo demografico risulta resa all’apocalisse, fiancheggiamento della fine dell’umanità. È un equivoco grave: adattarsi alla decrescita della popolazione è, invece, una ineludibile e doverosa azione di realismo e pragmatismo. Perché, per ora e per i prossimi decenni, il quadro demografico non è destinato a cambiare: è – altra parola scandalosa – irreversibile. Più anziani, parecchi dei quali non autosufficienti e bisognosi di cure e assistenza costanti, meno adulti sempre più indaffarati (anche dal lavoro di cura, specie se donne), pochi bambini. È sostenibile? «No. Non senza cambiare il nostro modello di welfare, che resta basato su un tipo di famiglia che non c’è e non ci sarà più», dice Alessandra Minello, demografa dell’università di Padova e autrice del saggio Senza figli, per Laterza.
Per cambiare il welfare, serve cambiare sguardo. E cultura: quella che ci serve per affrontare la denatalità, da correttiva, deve diventare adattiva. E ce lo dimostra l’Europa, dove ci sono Paesi da sempre ai primi posti nella classifica dei superdotati di welfare, in cui tuttavia si registrano crolli di nascite che, sebbene non siano quantitativamente simili a quelli italiani, sono più potenti proprio perché avvengono in realtà virtuose. L’ultimo Demography Report che la Commissione europea ha diffuso a luglio scorso si intitola significativamente «Trasformazione demografica nell’Ue: comprendere il cambiamento e adattarsi alle sue conseguenze». È scritto proprio «adapting». E per quanto l’Ue scricchioli e risenta del tramonto occidentale, è da escludere per ora che lavori per l’estinzione. Quello che in premessa scrive il report è che il calo è iniziato negli Anni ’60 e che i dati a nostra disposizione impongono di abbandonare l’idea che nel prossimo futuro potrà esserci una inversione di tendenza. Non è un dato scolpito nella pietra, come non lo è nessun dato, in particolare quando si tratta di proiezioni demografiche. Comunicare onestamente questa incertezza è un fatto di giustizia ed equità verso le nuove generazioni: se in questo momento dicessimo che la curva demografica è destinata a salire nel 2050, implementeremmo politiche che sono risultate, finora, fallimentari. In Italia plaudiamo Paesi meritoriamente più vicini del nostro alle famiglie e proviamo a mutuarne i modelli, sebbene siano Paesi dove i bambini hanno smesso di nascere come prima. Il report europeo, invece, dice: se quei modelli non sono più sufficienti e ce ne siamo accorti molto tardi, significa che abbiamo sbagliato a valutarli, abbiamo impiegato un criterio di giudizio che si è rivelato inadatto, che è invecchiato, e allora cambiamolo e adottiamone uno nuovo. Questo: l’equità intergenerazionale. È alla luce di questa equità, e non del numero dei bambini che nascono, che dobbiamo d’ora in poi esaminare l’impatto che hanno le politiche per le famiglie. «Politiche che dobbiamo avere il coraggio di slegare dalla natalità. Perché se l’obiettivo è solo la natalità, allora facciamo sì che tutto ciò che incrementa le nascite può essere pensato e considerato utile, e rischiamo che linee anche molto violente, come negare l’aborto o far ascoltare il battito del feto, siano giustificate dal primario obiettivo della procreazione. Se invece finalizziamo i nostri investimenti a offrire condizioni per stare bene dal punto di vista economico e sociale, creiamo un mondo in cui la demografia si riassesta da sola e in cui le società non dipendono dai ritmi procreativi», dice Minello. Significa, e il report europeo lo conferma, che le politiche familiari devono mirare alla qualità della vita e non al natalismo. Anche perché le politiche nataliste hanno creato, e la Commissione europea lo evidenzia, un disequilibrio in tutti i Paesi Ue: le società hanno investito nei bambini mentre gli stati sociali negli anziani, e così alle famiglie vengono riservati bonus, incentivi fiscali, misure non strutturali ma sempre variabili, commisurate alla salute delle finanze pubbliche: gli viene destinato, in sostanza, ciò che resta, quando resta. Minello: «L’Istat dice che cresceranno gli over 75 in un mercato che reggerà perché aumenterà il lavoro femminile. Ma se le donne avranno oneri di cura sempre crescenti, soffriranno doppiamente di tutto quello di cui già soffrono, come si vede nel sondaggio realizzato da Francesca Bubba (e di cui ha scritto Giulia Ricci sulla Stampa, ndr). Alla solitudine sociale non si risponde con i bonus ma creando una società accogliente, appagante, equa. È uno sforzo di tutta la politica, non dei ministeri della Salute e delle Pari Opportunità».
A proposito di salute, a febbraio scorso, l’esecutivo francese ha inviato una lettera a tutti i 29enni per indicargli come prendersi cura della propria salute riproduttiva e in quali tempi. Macron si era detto certo dell’efficacia immediata della misura, promettendo che i primi risultati sarebbero stato resi noti in estate. Non è successo. Dice Minello: «Dobbiamo stare attenti a slegare la conoscenza della fertilità dall’uso della fertilità, che è una dimensione di salute, e questa consapevolezza non fa parte della nostra cultura generale. La prima esperienza che insegna qualcosa da questo punto di vista è il corso pre parto, ed è assurdo».
La ministra Eugenia Roccella ha detto due giorni fa a questo giornale che il governo sta lavorando alla conciliazione vita e lavoro, portando a 3 mesi (e all’80 per cento dello stipendio) il congedo parentale per entrambi i genitori. Ottimo, ma sono briciole. Sono iniezioni come lo sono gli sgravi fiscali, che non funzionano solo perché sono poco corposi: in Corea del Sud, dove c’è stato un investimento ingente sulla denatalità, un investimento alla vecchia maniera, alla solita maniera (bonus e defiscalizzazione), dopo anni di segno meno, il trend è cambiato. «Era prevedibile: se lo Stato incentiva con molto denaro le singole famiglie, è facile che facciano figli. Il problema è il contraccolpo, e si è visto in Ungheria: la spinta che dai alle nascite si esaurisce con le famiglie che hanno beneficiato dei bonus. È una spesa ingente che non ripristina un ritmo».
Roccella ha detto che la denatalità è una questione europea. E l’Europa, infatti, l’ha studiata, e ha detto: dobbiamo cambiare tutto quello che abbiamo fatto finora, anche quello che è stato fatto con le migliori intenzioni, anche quello che a lungo ha funzionato.