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 2026  settembre 14 Lunedì calendario

Nuova purga a Kiev, Zelensky sanziona l’ex portavoce

Cinque anni fa la portavoce di Zelensky, Yuliia Mendel, spiegava agli ucraini perché fosse giusto sanzionare i “filorussi” che diffondevano la propaganda del Cremlino, mettendoli fuori gioco senza aspettare la decisione di un tribunale. Oggi c’è il suo nome nell’elenco dei propagandisti appena sanzionati dal presidente ucraino. “Pochi giorni prima del mio intervento al Parlamento europeo – commenta dagli Stati Uniti dove vive – il mio ex capo, Volodymyr Zelensky, ha imposto sanzioni nei miei confronti. Le sanzioni contro i cittadini ucraini sono incostituzionali, come molte altre decisioni prese da Zelensky. Le sta usando contro chiunque si batta per la pace in Ucraina. Per sopravvivere, l’Ucraina ha bisogno di pace, non di un’altra dittatura, anche se si tratta di quella di Zelensky”.
La grande purga all’ombra della presidenza non si ferma. Dal 2025 le sanzioni personali hanno raggiunto una lista crescente di oppositori, ex uomini del presidente, blogger e commentatori ucraini accusati di amplificare la propaganda russa o, all’opposto, difficilmente descrivibili come filorussi.
Mendel aveva 32 anni quando Zelensky la scelse come portavoce poche settimane dopo l’insediamento, a giugno 2019. Non era una militante del suo movimento, ma una giornalista cosmopolita laureata a Kiev, formata a Yale, con esperienze nei principali media ucraini e collaborazioni con New York Times, Forbes e Politico. Dopo l’uscita da Bankova, però, è diventata una delle accusatrici più aggressive del suo ex capo, che ieri ha deciso di sanzionarla.
Yuliia era arrivata a Bankova attraverso un concorso pubblico tra migliaia di candidati voluto da Zelensky: da ex comico appena prestato alla politica, aveva posto tra i criteri perfino “il senso dell’umorismo”. “Faremo tutto il possibile per essere aperti ai media e alla società”, promise la nuova portavoce. Ma durò poco. La separazione arrivò nel 2021, ma Mendel continuò a orbitare intorno a Bankova come consulente freelance di Yermak per i rapporti con i media stranieri.
Iniziata la guerra, nel settembre 2022 pubblicò The Fight of Our Lives: My Time with Zelensky, un libro che fece scalpore ma nel quale il presidente continuava a essere descritto come il leader che aveva cambiato l’Ucraina in meglio. Nel gennaio 2025 firma su Time “All’Ucraina serve subito un cessate il fuoco”, sostenendo che la guerra di attrito stesse consumando demograficamente ed economicamente il Paese, e che anche una tregua imperfetta fosse ormai necessaria. La linea ufficiale di Kiev era radicalmente diversa.
Lo scorso dicembre accusa Yermak di essere “una persona molto pericolosa”, e dice di temere per la propria vita. Ma il colpo finale arriva a metà maggio con l’intervista a Tucker Carlson, in cui contesta frontalmente Zelensky: autoritarismo, corruzione, ostacoli alla pace, presunti retroscena sui negoziati del 2022. Un fact-check del Kyiv Post ritiene che diverse sue affermazioni non reggessero o fossero fortemente fuorvianti. Ma pronunciare tesi non dimostrate o addirittura false non giustifica le sanzioni e non cancella il problema democratico di comminarle a chi esprime critiche politiche.
Ieri Zelensky le ha imposto sanzioni decennali insieme ad altre nove persone, con congelamento dei beni e restrizioni economiche. L’accusa è diffondere disinformazione e propaganda russa e sostenere l’aggressione militare di Mosca. Così eccola dall’altra parte della barricata che un tempo difendeva. Nel febbraio 2021, da portavoce, giustificava le sanzioni contro il deputato Taras Kozak e contro 112 Ukraine, NewsOne e ZIK, i tre canali associati a Viktor Medvedchuk. Diceva che la decisione era conforme alla legge, che Kozak collaborava con il nemico e che i canali erano finanziati dalla Russia. Era la voce pubblica della tesi secondo cui non era censura ma autodifesa dello Stato da un’infrastruttura propagandistica finanziata da Mosca.
Accusata oggi di propaganda russa, è lei a sostenere l’argomento che allora respingeva: un potere esecutivo non dovrebbe poter privare un cittadino ucraino di diritti e proprietà senza una sentenza giudiziaria. Nel 2025 un gruppo di importanti organizzazioni ucraine per i diritti umani ha denunciato l’uso delle sanzioni contro Petro Poroshenko e altri cittadini ucraini definendole «rappresaglia politica extragiudiziale». Ma il 10 luglio 2026 la Corte suprema ha respinto il ricorso dell’ex presidente.
Proprio Poroshenko aveva segnato, nel febbraio 2025, il salto di qualità: forgiatosi politicamente dal 2014 sull’opposizione a Mosca, il principale oppositore parlamentare di Zelensky era finito sotto procedimento per tradimento a causa delle forniture di carbone dal Donbass occupato. E sono stati sanzionati Oleksiy Arestovych, volto del cerchio di Zelensky nella prima fase della guerra e poi suo feroce critico; Andriy Bohdan, il primo capo dell’Ufficio presidenziale; Boryslav Bereza, ex deputato nazionalista e pro-occidentale, ben lontano dalle simpatie per Mosca. E adesso Mendel: “Zelensky non sta combattendo solo la guerra, combatte anche chiunque metta in discussione la sua versione di essa. Le sanzioni contro di me elencano anche i miei profili social, così possono pretendere che vengano chiusi: proveranno a bandire le mie pagine all’interno dell’Ucraina, perché il pubblico sta crescendo, una nazione venduta come faro di democrazia scivola verso uno stato di guerra che tratta il dissenso come slealtà”.
Già prima di quest’ultimo caso il Kyiv Independent descriveva le sanzioni come uno strumento passato dalla lotta contro il Cremlino alla lotta politica interna. E con Bohdan sanzionato, Arestovych sanzionato, Mendel sanzionata, Shefir estromesso e Yermak travolto dall’inchiesta anticorruzione, del gruppo che accompagnò l’ascesa del primo Zelensky è rimasto ben poco.