Corriere della Sera, 14 settembre 2026
Nuovo Csm, via al risiko
Scacciato lo spettro del sorteggio previsto dalla riforma costituzionale abortita, giudici e pubblici ministeri d’Italia si apprestano ad eleggere il prossimo Consiglio superiore della magistratura. L’appuntamento è fissato per il 25 e il 26 ottobre, le liste sono state depositate, le alleanze tra candidati (quelli designati dalle correnti e i cosiddetti indipendenti che possono scegliere con chi «apparentarsi») andranno definite entro il 24 settembre, ma la campagna per il voto dei venti rappresentanti togati è già entrata nel vivo. Dopodiché toccherà al Parlamento eleggere i dieci componenti laici, in una partita tutta da giocare che ha sullo sfondo la nomina del vicepresidente, chiamato a guidare il Csm in accordo con il capo dello Stato che lo presiede.
Il ritorno
Tra i giudici candidati, il nome più dirompente è quello di Cosimo Ferri, già eletto vent’anni fa – appena trentacinquenne – sotto le insegne di Magistratura indipendente, la corrente più a destra delle toghe di cui divenne leader incontrastato. Poi nel 2013 il salto in politica, come sottosegretario alla Giustizia in quota Forza Italia prima di passare, conservando l’incarico, al Pd di Matteo Renzi. Con il quale venne eletto deputato nel 2018 per poi incappare, nel 2019, nello scandalo dell’hotel Champagne, quando rimase impigliato nelle trame per la nomina di alcuni procuratori fuori dall’organo di autogoverno. Un simbolo delle degenerazioni correntizie e degli intrecci tra magistratura e politica, si potrebbe dire, che – a differenza dell’altro ex consigliere coinvolto Luca Palamara (radiato dall’ordine giudiziario) – non ne ha subito conseguenze, salvandosi dai procedimenti disciplinari grazie al voto della Camera che negò l’uso delle intercettazioni nei suoi confronti.
Ora Ferri si ripropone nelle vesti di giudice «con umiltà e determinazione», ha detto, in alternativa a «candidature quasi tutte blindate ed espressione di decisioni prese dalle correnti». Ma se dovesse farcela, maligna qualcuno, potrebbe recitare la parte dell’undicesimo laico del nuovo Csm, alla testa di quelli designati dal centrodestra.
Contromosse
La sua mossa ha gettato scompiglio nel gruppo di Mi, da cui provengono almeno un paio di candidati pronti ad agevolare l’elezione di Ferri «apparentandosi» con lui; costringendo i vertici della corrente a decretarne l’estromissione e ricordare agli iscritti che chi sostiene apertamente rappresentanti alternativi a quelli designati «si pone in aperto e manifesto contrasto con la linea democratica e le decisioni» del gruppo dirigente di Mi. Peraltro rinnovato da poco, dopo le dimissioni dell’ex segretario Claudio Galoppi in dissenso dal metodo con cui è stato scelto il neo-presidente dell’Associazione nazionale magistrati Giuseppe Tango, sempre di Mi ma a lui poco gradito.
Tra i candidati ufficiali della corrente moderata c’è Salvatore Casciaro, già segretario dell’Anm, come pure il pm napoletano Giuliano Caputo in lizza con i «centristi» di Unicost, mentre l’ex presidente dell’Anm Eugenio Albamonte (passato per le primarie) corre per Area, la corrente di sinistra ormai separata da Magistratura democratica, che conta sugli «apparentamenti» tra i propri candidati e alcuni indipendenti.
Visioni diverse
A parte gli orientamenti politico-culturali, le differenze principali si misurano sui criteri per le nomine e le valutazioni professionali, ma anche sul ruolo del Csm, tra chi vuole confinarlo a organo di «alta amministrazione» e chi intende restituirgli una più ampia funzione di garanzia dell’autonomia e indipendenza della magistratura nel confronto con gli altri poteri dello Stato.
Su questo giocheranno un ruolo anche i laici eletti dal Parlamento. La prima seduta comune sarà convocata alla fine di ottobre, ma con il quorum dei 3/5 (all’inizio dell’assemblea, poi dei votanti) serve un accordo tra la maggioranza e almeno una parte delle opposizioni. Il centrodestra a inizio 2023 impose sette rappresentanti per sé e tre per il centrosinistra, ma ora le opposizioni ne vorrebbero almeno quattro. La trattativa non si presenta semplice, e s’intreccia con altre questioni politiche sul tappeto, anche interne alla maggioranza.
Il totonomi tra i laici
C’è chi dice che Forza Italia potrebbe acconsentire alla riforma elettorale in cambio della promessa di un suo rappresentante come aspirante vicepresidente, e il più quotato, al momento, sembra il senatore Pierantonio Zanettin, già consigliere tra il 2014 e il 2018. Ma per quella poltrona, che non ha ottenuto nella consiliatura uscente, Fratelli d’Italia potrebbe puntare su Nicolò Zanon, ex Csm tra il 2010 e il 2014 e poi giudice della Consulta di cui è stato vicepresidente, nonché a capo del comitato per il sì alla riforma costituzionale bocciata nel referendum.
Dalla Sicilia è rimbalzata l’ipotesi del presidente della Regione Renato Schifani, sempre in quota FI, ma senza trovare conferme. Come non ne ha trovate – anzi, l’interessata ha smentito sostenendo di non avere i requisiti – l’idea che Renzi possa proporre Maria Elena Boschi; anche perché se i posti riservati all’opposizione dovessero rimanere tre non è detto che Italia viva conservi il suo. E se la trattativa si dovesse impantanare, in caso di elezioni anticipate non è detto nemmeno che questo Parlamento riesca a nominare i consiglieri laici. Tutto è ancora incerto, tranne la scadenza elettorale per i togati. Dai risultati si potrà forse capire qualcosa di più sul futuro vicepresidente, giacché i rappresentanti di giudici e pubblici ministeri saranno decisivi per la sua elezione.