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 2026  settembre 14 Lunedì calendario

No di Trump alla frenata sull’AI

«Chi vince nell’AI, vince», sostiene Donald Trump. Perciò il presidente americano non è disposto a frenare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Anche se ora a chiedere di rallentarne la corsa sono Dario Amodei di Anthropic, Sam Altman di OpenAI ed Elon Musk, fondatore di xAI, ora parte di SpaceX. Sono cioè alcuni di quelli che hanno costruito i modelli più avanzati e alimentato una competizione feroce. Ma adesso, con accenti diversi, dicono che la velocità è diventata un problema e che le protezioni rischiano di non tenere il passo. Amodei ha evocato lo scenario più estremo: «Entro 6-12 mesi agenti di AI più potenti potrebbero arrivare a impadronirsi di Internet».
Trump teme che rallentare significhi perdere la leadership su Pechino. «Siamo davanti alla Cina nell’AI. Siamo il Paese più sofisticato al mondo e voglio che resti così», ha detto dal suo golf club in Irlanda. Il presidente non esclude dei «guardrail», ma considera esagerati gli allarmi: «Ci sono molte forze negative che sollevano problemi che non si verificheranno». È la stessa preoccupazione espressa dallo speaker della Camera, il repubblicano Mike Johnson, contrario a una moratoria mentre Pechino continua a sviluppare i propri modelli. Johnson chiede piuttosto un confronto tra Casa Bianca, Congresso e aziende sulle regole di sicurezza. E Pechino non sta rallentando. Al vertice dei Brics a New Delhi, il presidente cinese Xi Jinping ha proposto la creazione di «una zona di intelligenza artificiale open source» tra gli 11 Paesi del gruppo, per sviluppare i grandi modelli linguistici. Trump ha annunciato per il 24 settembre a Washington un incontro con Xi, in cui si parlerà anche di AI. Pechino non lo ha ancora confermato.
Nemmeno Amodei vuole che un rallentamento occidentale consegni alla Cina il primato nell’AI. Nel post «We Must Pace the Frontier», pubblicato sabato sul suo sito personale, chiede di rafforzare i controlli sulla vendita di chip avanzati alla Cina e sul loro contrabbando. Ma auspica anche un coordinamento internazionale, a partire dagli usi più pericolosi, come le armi biologiche, fino a un possibile «limite di velocità» all’automiglioramento dell’AI, sul modello degli accordi SALT che limitarono gli arsenali nucleari.
Intervistato ieri dalla Cbs, Amodei ha ribadito l’allarme, invitando però a non farsi prendere dal panico. Il problema è la velocità con cui aumentano le capacità dei modelli e soprattutto la possibilità che l’AI contribuisca a costruire la generazione successiva di AI, accelerando il processo. Durante i test sono già emersi incidenti. La scorsa estate agenti sperimentali di OpenAI hanno aggirato le barriere che avrebbero dovuto tenerli isolati da Internet e uno di loro ha attaccato Hugging Face, la piattaforma usata dagli sviluppatori di AI. Amodei ha ammesso che episodi analoghi, meno gravi, sono avvenuti anche in Anthropic.
Non ci sono soltanto i test. Anthropic ha rivelato di aver bloccato un gruppo legato all’Iran che ha usato Claude per raccogliere informazioni sulle navi della Marina americana in Medio Oriente e individuare vulnerabilità nei sistemi di comunicazione. In altri cinque casi ha fermato l’uso di Claude per attività che avrebbero potuto contribuire allo sviluppo di armi biologiche.
Così Altman ieri ha escluso l’Ipo di OpenAI nel 2026: a Fortune ha detto che, con gli attuali problemi di sicurezza, quotarsi ora sarebbe «sconsigliato». Anthropic, che invece punta a quotarsi entro fine anno, aprirà i propri sistemi a valutatori indipendenti. Amodei propone «checkpoint» di sicurezza coordinati tra le aziende. L’ultimo passaggio è una governance internazionale. Una strada indicata anche da Demis Hassabis, cofondatore di Google DeepMind e premio Nobel per la Chimica, che ha proposto un organismo indipendente per controllare i modelli più avanzati prima del loro rilascio.