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 2026  settembre 14 Lunedì calendario

Milizie fedeli a Teheran armate di missili e algoritmi in Iraq

«State attenti agl’iraniani! Non vi fidate mai! Sono pericolosi...!». A fine anno, saranno vent’anni da quell’alba in cui Saddam Hussein precipitò impiccato in una botola, condannato a morte mentre urlava le maledizioni estreme agli americani e all’eterno nemico sciita. La sua profezia s’è avverata: il pericolo Iran non se n’è mai andato, dall’Iraq. E se fra due settimane il Pentagono non ritirerà le sue ultime truppe da Bagdad, com’era invece concordato, la ragione sono loro: i 50mila armati di Kataeb Hezbollah, Kataeb Shuhada e d’una decina di sigle irachene. Pagate da Teheran. Armate di missili a lungo raggio, di potenti antiaeree e perfino d’algoritmi Ai. Alleate con gli Houthi yemeniti, la terza H dell’«asse di resistenza» che – polverizzata Hamas, ridimensionati gli Hezbollah – proprio all’Iraq deve la sua fortuna. Col bombardamento dell’oleodotto saudita Est-Ovest, che ha messo in ginocchio Riad, la Resistenza islamica dell’Iraq s’è confermata un pericolo vero. Ieri, il governo di Bagdad ha smantellato 15 piattaforme di droni nella provincia di Maysan, da dov’è partito l’attacco di venerdì. «Ma non siamo stati noi a colpire – smentiscono le milizie —, anche se sarebbe stato un onore», e forse in parte è vero: da luglio, dicono i servizi, esiste una War Room Houthi-Resistenza irachena che coordina tutte le operazioni nell’area, razzi su Israele compresi.
Dimenticato nella polvere d’altre guerre, riecco dunque l’Iraq. Che un quarto di secolo dopo Saddam, suppergiù, è ancora alle prese col disarmo delle milizie, con’uno Stato che non è mai stato ricostruito, con un complicato equilibrio tribale (il presidente dev’essere curdo e il premier sciita, in un Cencelli di sunniti e d’altre minoranze) che lo rende quasi ingovernabile. Dies Iraq. Dai tempi della guerra a Saddam, sopravvive ancora un milione di sfollati interni. E i partiti etnici e religiosi sono piccoli Stati nello Stato, tutti clientele e corruzione: 11mila assunti negli uffici pubblici, s’è scoperto, non sono capaci di leggere, né di scrivere. Il fresco primo ministro Ali Al-Zaidi, 41 anni, un milionario incoronato ad aprile da Trump, su questa storia dell’oleodotto e del disarmo impossibile si sta già giocando la credibilità: nel 2025, prima dell’attacco d’Usa e Israele, le milizie sciite avevano accettato di smantellarsi entro questo 30 settembre – lo stesso giorno del ritiro americano —, ma ora il diktat di Teheran è chiaro.
Chi è più disposto a posare il fucile? L’Iran esige che prima si chiudano gli arsenali dei curdi sul confine. Kataib Hezbollah, il gruppo più potente, chiede che gli americani non portino via dall’Iraq solo i soldati, ma ogni segno della loro presenza, dagli ospedali agl’investimenti. E tanto per dire il caos: all’attacco alla pipeline saudita, avrebbero partecipato perfino uomini delle Forze di mobilitazione popolare Pmf, un cartello sciita che ufficialmente fa parte dell’intelligence irachena. «Abbiamo una tattica ibrida su più fronti e con più strumenti», spiega Mahdi Mohammadi, stratega degli ayatollah. E l’Iraq è lo spariglio che s’aspettava.