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 2026  settembre 14 Lunedì calendario

Salta all’ultimo il vertice sul petrolio fra l’Iran e gli Stati del Golfo

Era dove passavano le carovane dell’incenso, vietato portare armi. Era dove soffia il monsone – la brezza della pace, dicono i cammellieri – e il deserto diventa verde. Era dove l’Iran dello Scià, negli anni ’70, mandava le truppe a pacificare gli arabi. Sembrava non ci fosse posto più adatto di Salalah, per sedersi e parlarsi. Ma nessuno lo farà: l’incontro che iraniani, sauditi ed emiri del Golfo avevano annunciato per oggi, in Oman, non ci sarà. «Rinviato ad altra data». Decisione last minute, quando le delegazioni erano già arrivate. Il tema del resto era generico: la sicurezza. E l’agenda, urgenze che richiedono più approfondimenti: che fare del rebus di Hormuz, che cos’aspettarsi dagli Houthi? Gl’iraniani l’avevano fatto capire: «Finché la parte americana – dicevano ieri mattina – non accetterà le nostre condizioni, i negoziati saranno inutili». E Donald Trump, a ruota: l’Oman? «Me ne frego, sono affari loro».
Salta il vertice, non il dilemma degli emiri: continuare a fare affari o a combattere? Le Borse o la vita? Coi due Stretti del petrolio quasi in mano all’Iran e un oleodotto colpito a morte, un occhio ai listini dei mercati e l’altro ai bollettini militari dal Mar Rosso. Coi ribelli yemeniti che promettono nuove avanzate «più potenti e profonde» in territorio saudita, si godono la conquista di Mocha, delle isole sopra Bab el-Mandeb, della rotta riservata alle superpetroliere. Non si preoccupano molto delle controffensive lanciate dall’Arabia e dal governo yemenita, che han mandato gli aerei su Sahar, Baqim e Monabbih, assicurando «grandi rinforzi nelle prossime ore». Si cerca d’allentare la morsa, un cargo commerciale iraniano viene colpito a Hormuz, un morto. Ma a bruciare è la sconfitta «dolorosa» nello Yemen, ammette Aden. Gli sfollati da luglio a oggi, i mesi della galoppata Houthi, sono diventati ormai 90 mila. E a Riad sono rimaste scorte di barili per una settimana al massimo, se la pipeline Est-Ovest resterà chiusa: dopo, sarà un problema garantire al mondo quel 5 per cento del petrolio globale che veniva fornito finora.
Servono nuovi equilibri nel Golfo. È la consapevolezza di qatarini, sauditi, emiratini, che stanno spingendo: a più di sei mesi dall’attacco d’Usa e Israele, potrebbe anche nascere un tavolo parallelo di trattative, che per la prima volta dopo decenni sganci le monarchie arabe dai capricci della Casa Bianca. La situazione lo richiede. Anche se decenni di lavoro nell’area, pur d’evitare un confronto diretto col regime sciita, sono andati in fumo e ripartire dalla diplomazia non è facile: «Si tratta d’organizzare un incontro per discutere varie proposte sul tavolo», spiega una fonte d’ambasciata. C’è pessimismo: «Se mai uscisse un risultato magari su Hormuz, poi dovrebbero vagliare sia Washington, sia Teheran», e lì non tirano venti di pace.
Da venerdì, lo scenario è cambiato. Gli Houthi hanno messo a frutto la lunga esperienza maturata in 22 anni, sei guerre (e una – devastante – con le forze di Riad). Ora la conquista di Bab el-Mandeb, favorita anche dal lancio di droni delle milizie sciite in Iraq, indebolisce Mohammad bin Salman e lo costringe prima o poi a negoziare con l’Iran: se non direttamente, almeno tramite gli amici emiratini. Meglio loro di turchi e pachistani, scrive un editorialista di Abu Dhabi: «L’aiuto che ci avevano promesso, dov’è?».